All’apertura del Meeting di Rimini, Mario Draghi è tornato sul palco con un intervento che ha lasciato un segno indelebile: una sveglia per l’Europa, chiamata a misurarsi con l’oggi con uno slancio inedito e convinto.
Dal suo discorso è emersa con chiarezza la centralità di una questione che da tempo gravita sul futuro del continente: l’illusione dissipata che la potenza economica da sola sia sufficiente a proiettare un’influenza geopolitica reale. Le parole di Draghi sono una denuncia precisa: l’Unione «è stata spettatrice» dei negoziati per la pace in Ucraina, del bombardamento di siti nucleari iraniani, dell’escalation di Gaza, scenari nei quali non ha saputo intervenire con reali capacità decisionali.
Draghi ha ricordato come gli Stati Uniti, pur alleato storico, abbiano imposto dazi e spinto l’Europa ad aumentare la spesa militare in modi che forse non rispecchiano gli interessi europei, un invito implicito a ripensare il proprio approccio nelle dinamiche globali. E il riferimento alla Cina – che ha sostenuto la Russia e, attraverso il dominio sulle materie prime critiche, ha reso manifesta la dipendenza dell’Europa – aggiunge un ulteriore elemento allarmante: la concorrenza internazionale non conosce remore e l’UE rischia di essere relegata a ruolo marginale.
È interessante come Draghi, pur spinto da una critica serrata, non rinneghi i valori fondanti dell’Europa. Anzi, afferma che lo scetticismo crescente non sfiora le convinzioni su cui poggia l’Unione – democrazia, pace, libertà, equità – ma nasce dalla percezione che l’Ue non sappia difenderli con efficacia. Questa distinzione appare cruciale: non è sfiducia nei valori, ma nella capacità dell’architettura istituzionale di proteggerli.
Nella sua analisi politica, Draghi rilancia un catalogo di strumenti generativi: riformare la governance dell’UE, abbattere gli ostacoli alla competitività attraverso un mercato interno più fluido, investire in tecnologie strategiche, far leva su strumenti di debito comune per finanziare progetti di difesa, infrastrutture, ricerca e innovazione. È una sorta di appello a far evolvere l’Ue da coacervo sovranazionale a potenza politica coerente, dotata degli strumenti necessari per agire con incisività.
Colpisce infine il richiamo al ruolo attivo dei cittadini: “trasformate lo scetticismo in azione”, “la democrazia siamo noi, voi”: l’invito è chiaro, l’inerzia è il vero pericolo, una condanna migliore alla passività democratica di qualsiasi altra. Se il Meeting di Rimini si ispira al motto “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”, Draghi ribadisce che quel deserto è politico e civile, ma può essere seminato nuovamente di potenza e rinnovamento.
In sintesi, l’intervento al Meeting non è stato solo una reprimenda o un momento retorico: è stato lancio di una road map ideale e concreta per un’Europa che vuole tornare a contare, non solo come mercato, ma come soggetto politico autorevole. La sfida resta aperta.


