C’è un malcostume che, negli ultimi anni, sta assumendo contorni sempre più inquietanti nelle aree rurali e montane dell’Irpinia e del Baianese in particolare: la pratica deliberata di disseminare chiodi, punte metalliche e oggetti appuntiti lungo le strade di campagna, con l’obiettivo di scoraggiare l’accesso a cercatori di funghi, cacciatori o semplici escursionisti.
Un gesto che non ha nulla di ingenuo o improvvisato: è un atto volontario, studiato, e soprattutto pericoloso, poiché in grado di causare non solo forature ma anche ferimenti.
Nell’agro del comune di Mugnano del Cardinale, in particolare nelle zone della Difesa Pio Monte della Misericordia, lungo la strada vicinale che porta in località Pantano, e ancora nelle aree di Località Castello e Località Cerreta, il fenomeno è ormai diventato ricorrente.
Diverse persone – cacciatori, residenti, appassionati di montagna, cercatori di funghi o di castagne – hanno già forato le gomme delle proprie auto, ritrovandosi a piedi in zone isolate, spesso senza copertura telefonica e con il rischio concreto di restare bloccati per ore.
Il gesto, oltre a essere incivile, è anche profondamente contraddittorio: chi lo compie sostiene di voler “proteggere” il territorio, ma finisce per danneggiare proprio chi quel territorio lo vive con rispetto. Un chiodo lanciato sula strada o sul sentiero non difende la natura: la ferisce due volte, perché colpisce persone innocenti e alimenta un clima di sospetto e ostilità che nulla ha a che vedere con la cultura rurale autentica.
Non si tratta di un caso isolato. Episodi simili sono stati segnalati in molte zone d’Italia, dalle Alpi agli Appennini, dove la convivenza tra proprietari terrieri, cercatori di funghi, escursionisti e cacciatori è diventata sempre più tesa.
La montagna, però, non è proprietà privata di chi urla più forte, né può essere difesa con metodi da trappola medievale. Le strade rurali, quando pubbliche o vicinali ad uso pubblico, devono restare accessibili, e chi le percorre ha diritto a farlo in sicurezza.
Il problema, oltre al danno materiale, è il messaggio che questi gesti trasmettono: la logica del “qui non entra nessuno”, una mentalità che trasforma la campagna in un territorio di frontiera, dove ognuno si sente autorizzato a farsi giustizia da sé.
È un modo di pensare che non solo è illegale, ma mina la convivenza civile e la stessa idea di comunità.
Chi semina chiodi non difende un bosco: difende solo la propria arroganza. E chi resta con le gomme a terra non è un intruso, ma spesso un cittadino che ama quei luoghi, li frequenta, li rispetta e contribuisce – con la sua presenza – a mantenerli vivi.
Serve invece un cambio di prospettiva: più dialogo, più informazione, più rispetto reciproco. E soprattutto serve che chi compie questi atti venga individuato e sanzionato, perché la montagna è di tutti, ma la sicurezza non è negoziabile.

