Un ragazzino di 10 anni dà uno schiaffo a un bidello che reagisce sollevandolo da terra. Ma… “è sempre giusto porgere l’altra guancia”?

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Un episodio avvenuto in una scuola dell’hinterland bresciano ha riacceso un dibattito che va oltre la cronaca: un bambino di dieci anni (evidentemente non educatissimo) avrebbe colpito con uno schiaffo un collaboratore scolastico, il quale, esasperato, avrebbe reagito prendendolo per il collo e spingendolo contro il muro.
La vicenda è ora oggetto di indagine, ma ciò che emerge con forza è la complessità delle dinamiche che si intrecciano tra adulti e minori, tra responsabilità educative e comportamenti di gruppo.

Da un lato, è evidente che un adulto non può e non deve reagire con violenza fisica nei confronti di un bambino. La scuola è un luogo che dovrebbe garantire sicurezza e protezione, e un gesto come quello attribuito al collaboratore scolastico rischia di incrinare la fiducia dei genitori e degli studenti nell’istituzione. La querela presentata e l’intervento dei Carabinieri sottolineano quanto sia grave, sul piano legale e morale, un simile comportamento.

Dall’altro lato, però, non si può ignorare il contesto. Secondo le prime ricostruzioni, l’uomo sarebbe stato preso di mira da un gruppo di alunni, bersagliato da spinte e sberle, fino al gesto finale del bambino.
Non si tratterebbe quindi di una semplice “goliardata”, ma di un atteggiamento che richiama le dinamiche del bullismo, con un branco che si accanisce contro un adulto che stava svolgendo il proprio lavoro.
In questo scenario, la domanda che sorge spontanea è se non si stia sottovalutando la responsabilità dei genitori e della comunità educativa nel vigilare e nel trasmettere ai ragazzi il rispetto verso chi ricopre un ruolo di servizio.

Il collaboratore scolastico, figura malpagata, spesso invisibile e poco considerata (pur essendo, come i docenti, un pubblico ufficiale) diventa così il bersaglio di un gioco che non è innocente. È giusto che un adulto debba subire provocazioni continue senza strumenti per difendersi?
È accettabile che un gruppo di bambini si senta legittimato a colpire e deridere chi lavora per garantire l’ordine e la pulizia della scuola? La reazione dell’uomo, se confermata, resta ingiustificabile, ma non può essere letta senza considerare l’esasperazione che nasce da un clima ostile.

La vicenda di Brescia – nel cui merito non intendiamo entrare – non è solo un fatto di cronaca, ma rappresenta un’occasione per riflettere su come la società stia educando i più giovani. Non basta condannare il gesto del collaboratore scolastico, né liquidare quello dei ragazzi come semplice vivacità infantile.
Bisogna interrogarsi su dove finisca la “goliardia” e dove inizi il bullismo, su quanto i genitori siano consapevoli del peso delle azioni dei propri figli, su come la scuola possa prevenire simili episodi, sui reali diritti dei pubblici ufficiali nello svolgimento delle proprie funzioni.

In tempi non lontanissimi i genitori sarebbero stati i primi a difendere il bidello e a restituire personalmente lo schiaffo al figlio. Ma ora i tempi sono cambiati e – per alcuni aspetti – non sempre in meglio.

In definitiva, la domanda che resta sospesa è se non si stia difendendo troppo “buonisticamente” la leggerezza dei bambini, dimenticando che anche gli adulti hanno diritto al rispetto e che la responsabilità educativa non può essere delegata solo alle mura scolastiche.

Altrimenti poi non ci si può lamentare delle baby-gang che stanno prendendo piede in molte realtà urbane.