L’ “Invasione di Ceuta”: Difesa dei confini e ricerca di un mondo diverso nelle migrazioni contemporanee

La notizia ha iniziato a circolare con una parola destinata a suscitare emozioni forti: “invasione”. Secondo alcune informazioni diffuse, un possibile tentativo di ingresso massiccio a Ceuta sarebbe stato annunciato per il 15 agosto attraverso alcuni canali social. Le autorità spagnole hanno confermato l’esistenza della mobilitazione digitale, ma hanno anche precisato che non è possibile prevederne la reale dimensione né affermare con certezza che l’evento si verificherà.

Eppure, al di là di ciò che accadrà quel giorno, questa vicenda ha già prodotto un effetto: Come reagiamo quando l’ “altro” entra nel nostro mondo?

Per i Romani, l’orbis terrarum rappresentava il mondo conosciuto e ordinato secondo il proprio sistema politico e culturale: uno spazio definito da leggi, consuetudini e appartenenza. Oltre il limes iniziava ciò che non rientrava in quell’ordine, un territorio abitato da popoli differenti, spesso indicati come barbari, non necessariamente perché privi di cultura, ma perché estranei ai codici linguistici e sociali della romanità.

Quella distinzione non era soltanto geografica. Il confine separava due spazi, ma soprattutto due modi di percepire il mondo: ciò che apparteneva al proprio universo di significati e ciò che appariva esterno, sconosciuto, altro.

Ogni comunità, per definire la propria identità, ha bisogno tuttavia anche di confrontarsi con ciò che non è se stessa. Il confine non è soltanto una linea che separa due territori, ma anche un luogo simbolico nel quale si incontrano appartenenza e differenza, sicurezza e paura, curiosità e diffidenza.

Ricordiamoci che nella storia il termine “straniero” ha avuto significati diversi. A volte è stato colui che portava qualcosa di nuovo, un commerciante, un viaggiatore, un ospite capace di arricchire una comunità. Altre volte è diventato il simbolo di ciò che doveva essere respinto, il volto sul quale proiettare le proprie paure.

Le migrazioni contemporanee rendono evidente questa tensione. Chi arriva porta con sé una storia, una cultura, una speranza, ma anche una presenza che modifica un equilibrio già esistente oppure una trasformazione difficile da governare.

Difatti, anche porsi l’interrogativo opposto resta fondamentale: Una società non può vivere senza confini, senza regole, senza una capacità di governare i cambiamenti. La difesa di un’identità collettiva non coincide necessariamente con il rifiuto dell’altro, così come l’apertura non può prescindere dalla responsabilità di governare i cambiamenti.

Forse la sfida delle società contemporanee consiste proprio nel trovare un equilibrio difficile: riconoscere che ogni cultura nasce anche dagli incontri, senza dimenticare che ogni comunità ha bisogno di un ordine condiviso nel quale riconoscersi.

Ogni incontro con l’ “altro” porta con sé una possibilità e un rischio: può ampliare il nostro sguardo, ma può anche mettere in discussione equilibri sociali, culturali ed economici che una comunità considera fondamentali. Per questo, da sempre, le società costruiscono confini: non soltanto per separare territori, ma per definire regole comuni, tutelare la sicurezza e garantire la coesione di chi ne fa parte.

Una società aperta ha di certo bisogno di capacità di governo, di criteri condivisi e di strumenti che permettano di affrontare i cambiamenti senza perdere il senso della propria identità. Allo stesso tempo, una comunità che trasforma ogni differenza in una minaccia può altresì rischiare di rinchiudersi in una difesa sterile del proprio passato.

Perché un “mondo diverso” continuerà sempre a esistere: la questione non riguarda soltanto il modo in cui guardiamo l’altro, ma anche il modo in cui una comunità definisce sé stessa, costruisce il proprio futuro e ci provoca nel nostro modo di “essere umani”. Quali confini riteniamo necessari? Quali trasformazioni siamo disposti ad affrontare? E soprattutto, chi ha la responsabilità di governare questi passaggi affinché il cambiamento non diventi né disordine né chiusura?

Antonio De Rosa
Michela Contursi