IL SILENZIO DEI GIUSTI – Mediterraneo, libertà negate e crisi dei valori

Il Mediterraneo non è soltanto un mare. È una geografia dell’anima, una linea liquida che unisce continenti, culture, lingue e memorie. Da millenni rappresenta il centro simbolico della civiltà europea, africana e mediorientale: sulle sue coste sono nate città, commerci, filosofie e religioni. Eppure, oggi il Mediterraneo appare anche come uno spazio attraversato da contraddizioni profonde, dove convivono bellezza e tragedia, accoglienza e conflitto, speranza e disperazione. Appare sempre più come una linea di separazione. Non divide solo territori, ma possibilità: da una parte chi può esercitare i propri diritti, dall’altra chi li vede limitati o negati. In questo scenario, alcune storie riescono a rappresentare con forza questa trasformazione.

Il film “The Sea” ha colpito particolarmente, proprio perché fa capire ciò che molte persone preferiscono ignorare: la libertà, ormai, non è uguale per tutti e non tutti hanno la possibilità di sentirsi realmente liberi.

Ma come si può spiegare a un bambino che non può vedere il mare?

È proprio questo il tema centrale della storia di Khaled, un ragazzino di 12 anni che, pur vivendo a pochi chilometri dal mare non riesce a raggiungerlo per colpa di confini apparentemente invisibili ma insuperabili.

Questa è la parte del film che ha colpito di più, perché una cosa come andare al mare, che per molti sembra banale, per lui diventa qualcosa di proibito. Il mare non rappresenta soltanto un luogo, ma quella libertà che Khaled e altri ragazzi come lui non possono avere.

La cosa che provoca più rabbia è che situazioni del genere esistono ancora oggi e che molte persone scelgono comunque di ignorarle perché pensano che siano lontane dalla propria realtà, anche se spesso non è così.

Oggi, più che mai, dobbiamo capire che non bisogna lamentarsi per cose inutili, ma imparare a dare un peso alle nostre azioni e ritenerci fortunati per le possibilità che ogni giorno abbiamo.

Proprio per questo bisogna chiederci perché un film come questo non possa essere pubblicato liberamente o forse la risposta è che racconta di una verità che da fin troppo fastidio.

Ma, sono proprio queste le storie importanti, perché ci aiutano a capire meglio la realtà e non restare indifferenti davanti a ciò che accade nel mondo.

Se The Sea ci racconta di una verità che non può essere vissuta, la vicenda del giovane iraniano mostra invece una verità che viene punita.

Anche se molto giovane, questo ragazzo ha deciso di non rimanere in silenzio e ha espresso le proprie idee, ma questa scelta, ha purtroppo portato alla sua morte.

La morte di un ragazzo per la libertà non dovrebbe essere considerata la fine, ma un motivo in più per continuare a parlare di ciò che è successo. Dare eco a queste storie significa non dimenticare chi ha perso la vita per ciò in cui credeva.

Come scriveva André Gide:

“È meglio essere odiati per ciò che si è, piuttosto che essere amati per ciò che non si è.”

Il Mediterraneo rimane quindi uno specchio della nostra epoca: un luogo concreto e simbolico insieme, dove si riflettono le paure del presente ma anche le possibilità del futuro. È una ferita perché mostra le disuguaglianze del mondo contemporaneo, ma è anche speranza perché continua a suggerire l’idea di incontro tra culture diverse. Forse il destino del Mediterraneo dipenderà proprio dalla capacità degli uomini di scegliere se trasformarlo definitivamente in un confine di morte oppure restituirgli il suo significato originario di mare che unisce.

Antonella Prudente
Noemi D’Agostino