Intervista al dirigente e autore del libro L’ ARTE DI INSEGNARE, OVVERO DI ESSERE FELICI, un libro per chi insegna, per chi ha insegnato e per chi, in fondo, non ha mai smesso di imparare. Perchè ogni giorno in classe può diventare una festa, se si sceglie di esserci davvero. Il lettore vi troverà un invito al dialogo, destinato a proseguire anche oltre l’ultima pagina.
Chi è Paolo Farina?
È una domanda a cui provo a rispondere da più di mezzo secolo. Ogni volta che penso di aver capito qualcosa di questo strano soggetto con cui stai parlando, la vita mi spiazza: mi mette davanti a una svolta inattesa, mi chiama, mi sospinge, mi disorienta. Posso dirti che sono curioso, entusiasta, testardo. Che amo vivere con passione, anche quando questo comporta un surplus di sofferenza: ma anche di gioia. E va bene così. Anzi, di più: credo che sia una grazia vivere così.
Qualcuno ha scritto che cultura e istruzione sono veicoli di profonda connessione umana, che ruolo hanno le emozioni e i sentimenti?
Il mio esame di maturità classica iniziò con una domanda che, lì per lì, mi spiazzò: «Che cos’è la cultura?». Risposi che la cultura è tutto ciò che un popolo crede, ama, spera; tutto ciò per cui lavora e si spende. Credo che darei ancora oggi la stessa risposta.
E l’istruzione? Non esaurisce l’orizzonte della cultura — che a mio avviso è molto più ampio — ma ne è certamente una parte fondamentale. Per me resta valida l’idea che l’istruzione sia la più potente leva di progresso spirituale e materiale di una comunità: quel progresso di cui parla l’articolo 4 della Costituzione italiana.
E che c’entrano emozioni e sentimenti? C’entrano tutto. Perché non esiste cultura né istruzione senza la persona. E ogni persona è testa, cuore e mani. O, come direbbe Etty Hillesum, un cuore pensante: cioè, il vero motore di ogni umano sentire e agire.
Amore e lavoro: un rapporto difficile oggi?
Domanda davvero difficile. Provo a rispondere per frammenti, non necessariamente coerenti tra loro.
Primo: il lavoro senza amore non è lavoro, è schiavitù.
Secondo: per amare il proprio lavoro, prima deve esserci un lavoro. E il dramma è che, ancora oggi, troppe persone non ce l’hanno; e ancor più numerose sono quelle che, pur lavorando, non hanno un lavoro a misura d’uomo.
Terzo: se parliamo di istruzione, per me l’amore per il proprio lavoro – e il viverlo con gioia – è un prerequisito. Non credo si possa insegnare senza avere cura del proprio giardino interiore, della propria felicità.
L’allievo supera ancora il maestro?
Solo se ha avuto un buon maestro.
C’è una prospettiva cristiana nella sua ‘definizione’ dell’insegnamento. C’è spazio anche per la filosofica ragione?
Non ho mai fatto mistero di essere un credente, anche se per molto tempo ho amato definirmi “credente mio malgrado”. Amo però un cristianesimo non sclerotizzato in posizioni ideologiche o preconcette. Il messaggio dell’incarnazione mi appare, a tutti gli effetti, universale e non confinabile in recinti confessionali. Se davvero Dio ha scelto di farsi uomo, allora ovunque ci sia dell’umano lì abita anche il divino. Tanta roba. Roba profondamente “filosofica”, per usare il tuo aggettivo. Io direi: tanta, e buona, antropologia teologica.
La scuola italiana del futuro?
In difficoltà, se non decide di cambiare. Ma, per fortuna, la storia funziona così: quando non sei tu a cambiare, è lei stessa a costringerti a farlo.
Antonella Prudente


