Addio a Michele Pinto, l’uomo della legge sulla giustizia troppo lenta

È morto a 95 anni Michele Pinto, avvocato, senatore per cinque legislature, vicepresidente del Senato e ministro nel primo Governo Prodi. Una lunga vita nelle istituzioni e nella professione forense, ma il suo nome resterà soprattutto legato alla Legge n. 89 del 24 marzo 2001, la cosiddetta Legge Pinto, che introdusse l’equa riparazione per chi subisce le conseguenze di un processo di durata irragionevole. Una legge nata da un principio semplice e ancora terribilmente attuale: una giustizia che arriva troppo tardi rischia di diventare essa stessa un’ingiustizia. Sono passati venticinque anni e quella norma continua a ricordarci quanto il tempo sia una componente essenziale della giustizia. Perché dietro ogni procedimento ci sono persone, famiglie, imprese, patrimoni e scelte di vita che non possono rimanere sospesi per anni. E ci sono gli avvocati, che ogni giorno accompagnano i propri clienti dentro questo percorso, tra udienze, rinvii, termini, provvedimenti e attese. Sono spesso loro a dover spiegare perché una causa non si è ancora conclusa, perché un’udienza è stata rinviata, perché una decisione tarda ad arrivare. Anche il loro tempo, inevitabilmente, viene consumato dalla lentezza del sistema. Per questo, ricordando Michele Pinto, viene spontaneo pensare che il miglior riconoscimento alla sua battaglia sarebbe riuscire, un giorno, a rendere quella legge quasi inutile. Non perché non debba esistere una tutela per chi subisce un processo troppo lungo, ma perché nessun cittadino dovrebbe essere costretto ad aspettare anni per ottenere una risposta dalla giustizia e poi chiedere un risarcimento per aver aspettato troppo. E forse sarebbe il momento di aprire una riflessione anche sul tempo degli avvocati, sul valore del loro lavoro e sul costo professionale di una giustizia che procede troppo lentamente. Michele Pinto lascia il nome di una legge, ma soprattutto lascia una domanda ancora aperta: quanto può durare una giustizia prima che il tempo trascorso finisca per diventare esso stesso un’ingiustizia? La risposta, oggi come allora, dovrebbe essere una sola: il meno possibile. Perché la giustizia non deve soltanto arrivare. Deve arrivare in tempo.

(di Alessandro  Siniscalchi)