Nei precedenti interventi, è stata presentata la struttura e il ruolo ecologico-territoriale delle centuriazioni in epoca romana. L’accostamento, ora, di questo tema con gli altri due presenti nel titolo sembrerebbe a prima vista, soprattutto per il divario cronologico con i problemi del Mezzogiorno, alquanto illogico.
Cosa c’entra la centuriazione romana con la questione meridionale, la cui analisi attraversa la critica storica solo da qualche secolo? Ebbene, proprio dalle riflessioni sugli effetti a lungo termine degli interventi sul territorio in epoca romana sull’evoluzione del paesaggio rurale italiano, si è aperto, a partire dal XVIII secolo, un serrato dibattito che attraversa l’ambito storico e quello agricolo-territoriale.
Secondo il modello storico tradizionale, la storia del paesaggio agrario italiano è stata caratterizzata, a partire da tale epoca, da una serie di vicende ricorrenti, di volta in volta riportanti ad uno stato di “natura” o di “barbarie”. I Romani, infatti, con la razionalità espressa dalle bonifiche e dalle centuriazioni, avrebbero modificato le strutture agrarie dell’Italia primitiva ma il loro operato sarebbe stato poi vanificato dall’incalzare del medioevo barbarico. Queste immagini si sono radicate nell’immaginario storiografico e hanno trasmesso (come si è visto anche a proposito dell’evoluzione dell’aratro) dei modelli storici di tipo analogico tra i progressi degli antichi e il loro recupero in età moderna.

Non tutti gli storici, però, concordano con questa valutazione positiva dell’ordine romano. Si può infatti osservare un’altra tendenza storiografica che invece focalizza l’attenzione sulla rivalutazione delle antiche tradizioni italiche, oscurate, alla luce di tale tesi, dall’impostazione territoriale imposta, anche per motivi strategici e politici, con l’espansione della romanizzazione.
Alcuni illuministi napoletani del Settecento, come Melchiorre Delfico (con Memoria sulla popolazione e la coltivazione dei monti del Vomano del 1786) e in parte condivisa da Gaetano Filangieri (nella sua Scienza della legislazione). Gli intellettuali napoletani utilizzarono questa teoria per spiegare l’arretratezza del Mezzogiorno partendo dalla convinzione che le antiche popolazioni italiche beneficiassero di una prosperità originaria grazie ad un’economia florida basata su un’agricoltura intensiva e diversificata. Tale condizione sarebbe stata contrastata dalla distruzione romana: essi sostenevano infatti che l’espansione di Roma avesse distrutto il tessuto agricolo delle genti italiche, trasformando i campi fertili in pascoli e imponendo la transumanza.
Nei secoli successivi, attraverso i colossali apparati fiscali della Regia Dogana della Mena delle Pecore e i tratturi, tale imposizione fiscale avrebbe favorito solo la grande aristocrazia terriera a discapito dello sviluppo rurale, della demografia e dell’industria locale.
La Regia Dogana della Mena delle Pecore era una potente istituzione del Regno di Napoli, fondata dagli Aragonesi nel 1447. Essa gestiva la transumanza (lo spostamento stagionale delle greggi dalle montagne dell’Abruzzo e del Molise verso le pianure della Puglia) per scopi fiscali con una perfetta “macchina fiscale” che esercitava il controllo assoluto su tutto il commercio di lana, carne e formaggio nel Sud Italia. I pastori dovevano pagare una tassa per ogni pecora, chiamata “fida”, che garantiva loro il diritto di pascolo. L’istituzione era addirittura la principale entrata economica del Regno di Napoli. Nel 1592, ad esempio, fruttò al governo oltre 600.000 ducati. Per riscuotere le tasse in modo efficiente, il governo obbligava poi i pastori a usare solo strade pubbliche, i famosi regi tratturi (dal latino tractus che significa “trascinato”, “tirato”) percorsi larghi circa 111 metri (corrispondenti a sessanta passi napoletani), pari a un grande viale a otto corsie, utili a permettere il passaggio di enormi greggi. Lungo il percorso c’erano stazioni di pedaggio dove i funzionari contavano le pecore. Lì si controllava che i pastori avessero pagato tutte le imposte. L’ente statale ebbe un ruolo fondamentale nell’economia del Mezzogiorno fino al 1806, anno in cui fu abolito.

Una breve digressione, in quest’ambito, meritano i tratturi, le cui ramificazioni nei territori delle regioni centro-meridionali è stimato in 3.100 km. I primi percorsi erbosi sono nati nel corso della preistoria e della protostoria dal calpestio ripetuto di uomini e animali durante le migrazioni stagionali della transumanza. Il loro sviluppo ha seguito poi il corso dei fiumi, i sentieri naturali e il passaggio degli armenti tra le montagne dell’Appennino e le pianure. I Sanniti hanno sviluppato e organizzato in modo stabile questa rete di vie della transumanza nel Sud Italia. I Romani e i Regni successivi medievali e aragonesi hanno riconosciuto, misurato e protetto legalmente questi tracciati per regolare il passaggio delle greggi.
Immortalate anche nella celebre poesia di D’Annunzio I pastori: «E vanno pel tratturo antico al piano, quasi per un erbal fiume silente», queste “autostrade verdi” si trovano diffuse principalmente in Abruzzo, Molise, Basilicata, Campania e Puglia. Le loro piste erano percorse nelle stagioni fredde in direzione sud, verso la Puglia, dove esisteva, presso la città di Foggia, la Dogana delle pecore, mentre nei mesi caldi le greggi percorrevano il percorso inverso tornando ai pascoli montani dell’Appennino centrale, dove la pastorizia era invece regolata dalla Doganella d’Abruzzo. L’intero apparato stradale si originava nelle zone montane e più interne dell’area abruzzese e si concludeva nel Tavoliere delle Puglie. Lungo i percorsi si incontravano campi coltivati, piccoli borghi dove si organizzavano le soste, dette stazioni di posta, chiese rurali, icone sacre, pietre di confine o indicatrici del tracciato. Nella figura sono rappresentati i cinque regi tratturi, in rosso è evidenziato il percorso del cd. Tratturo Magno L’Aquila-Foggia. Quest’ultimo è la più lunga e importante via di transumanza d’Italia, unendo L’Aquila a Foggia per circa 244 km attraverso Abruzzo, Molise e Puglia. Tragitto: Da Santa Maria di Collemaggio all’Aquila fino al Tavoliere delle Puglie a Foggia. Riconosciuto come Patrimonio Immateriale dell’Umanità UNESCO nel 2019 insieme alla pratica della transumanza., attraversa Abruzzo, Molise e Puglia, toccando circa 50 paesi e borghi storici, le montagne del Gran Sasso, colline, tratturi erbosi e tratti che lambiscono il mare Adriatico. Attualmente, tracciati ancora integri in lunghi tratti del Tratturo Magno e del Pescasseroli-Candela conservano il fondo erboso originario e resti di chiese o stazioni di posta. Molti segmenti sono oggi recuperati come cammini turistici percorribili a piedi o in bicicletta. In pianura e in prossimità dei centri abitati, invece, ampie sezioni sono state purtroppo cancellate da strade moderne, fabbricati o campi agricoli.
Tornando al nostro tema, nel tentativo di spiegare l’arretratezza economica del Mezzogiorno, si giunse dunque a formulare un’ipotesi singolare: le popolazioni italiche preromane sarebbero state dedite all’agricoltura e solo l’intervento romano ne avrebbe causato la decadenza, introducendo pratiche barbariche come la pastorizia e la transumanza. L’argomento non era nuovo: già Strabone (nella sua Geografia) riteneva che il Sannio preromano fosse stato una regione fortemente urbanizzata, ma aveva perso queste caratteristiche a causa della decadenza dell’ethnos dopo il confronto con Roma. Egli osserva una regione segnata dalla guerra (specialmente la Guerra Sociale e le campagne di Silla) con un forte spopolamento per la perdita di vite umane. In effetti il modello insediativo del Sannio preromano si basava sui pagi (villaggi sparsi e fortificati) e sui vicus, non su grandi città di stampo greco-romano. La “decadenza” decreta la fine dell’autonomia politica dei Sanniti e la distruzione dei loro centri. L’archeologia moderna ha tuttavia ridimensionato questa visione: gli scavi nel Sannio interno come a Bovianum (Bojano) e Saepinum (Sepino) mostrano che i Sanniti possedevano già prima di Roma una fitta rete di centri fortificati, detti oppida, e santuari federali.

Peraltro, anche i critici della romanità erano concordi nell’identificare la civiltà con i territori coltivati, e la barbarie con gli spazi aperti della transumanza. Questa visione si ritrova anche di recente, nella nostra letteratura meridionalistica e fu sviluppata anche da alcuni storici che si sono occupati dell’antichità, tra cui spicca l’inglese Arnold Toynbee con “L’eredità di Annibale”. La tesi di questo libro mira a individuare le origini della questione meridionale nello stato di cose successivo alla seconda guerra punica. L’autore spiega come l’invasione cartaginese abbia devastato le campagne dell’Italia centro-meridionale e come questo disastro economico abbia favorito la nascita di grandi latifondi destinati al pascolo a scapito dei piccoli terreni coltivati. Un cambiamento strutturale che, secondo la sua tesi, ha impoverito in modo determinante il Mezzogiorno.
In ogni caso, resta il fatto che la visione di Roma come civiltà fondata sull’agricoltura e in conflitto con il mondo pastorale è un tema centrale negli studi storici. Questa contrapposizione identifica l’agricoltura con l’ordine, la legge e il progresso, mentre la pastorizia e la transumanza sono spesso viste come forme di vita selvagge, instabili e arretrate. Da qui (arrivando così alla connessione suggerita nel titolo), nella letteratura meridionalistica italiana, questa analisi è stata poi ripresa per spiegare la “questione meridionale”. Alcuni studiosi hanno utilizzato questo modello storico per descrivere il Sud Italia come una terra dove l’economia pastorale e il latifondo hanno dominato per secoli. Secondo questa visione, la transumanza ha frenato lo sviluppo di un’agricoltura stabile e di una società civile evoluta, condannando l’area a una storica marginalità economica.
Lo sviluppo più interessante e originale di questa tendenza si deve però a un peculiare storico dell’agricoltura, Emilio Sereni (1907-1977). Della figura di questo grande storico del paesaggio avremo modo di occuparci specificamente in latro intervento anche se è già ricorso e ancora ricorrerà perché riferimento irrinunciabile nell’analisi storica e territoriale dell’Agricoltura italiana. Intanto, su quanto si sta argomentando, va detto che Sereni fu uno dei pochi studiosi in grado di padroneggiare le fonti delle varie epoche. Egli si accostò al problema della romanizzazione del paesaggio redigendo il volume “Comunità rurali nell’Italia antica” (1955), dove aveva ben rilevato la tendenza romana a cancellare e marginalizzare le esperienze estranee. L’indagine di Sereni partiva da documenti epigrafici chiave come la Sententia Minuciorum, lodo arbitrale del 117 a.C. emesso dai magistrati romani Quinto e Marco Minucio per definire i diritti di pascolo, proprietà e canoni d’affitto sui terreni pubblici (ager publicus) in Liguria. Lo scopo dello studio era svelare i rapporti di proprietà e le forme di vita delle popolazioni locali prima e dopo l’arrivo di Roma. Secondo Sereni, la romanizzazione, con un processo di marginalizzazione, non fu solo un innesto urbano, ma comportò la subordinazione o lo schiacciamento dei vecchi assetti indigeni. Un meccanismo di «differenziazione esterna» che impose i modelli politici, fondiari e culturali del centro egemone emarginando le esperienze comunitarie estranee al mondo romano.
Si trattava, quindi, di una ripresa dei vecchi argomenti meridionalistici; ripresa che però contrastava con la consueta interpretazione dell’agricoltura romana, e che quindi doveva creare a Sereni non pochi problemi. Sereni, infatti, era consapevole della contraddizione, e cercò di risolvere il problema sul piano geografico piuttosto che economico, come mostrano i brevi ma densissimi capitoli sull’età antica nella sua opera principale “Storia del paesaggio agrario italiano” che insistono sulla varietà dei paesaggi agrari dell’Italia antica: il compascuo, la piantagione, il saltus.
Il paesaggio agrario di Roma antica si presentava in genere come un paesaggio a campi chiusi, dai quali il diritto di proprietà escludeva ogni il rigore promiscuità di usi. Ciò rendeva però necessario integrare la base foraggera dell’azienda agraria, sia con le frasche, tratte dall’alberatura dei campi, che, soprattutto, con il pascolo promiscuo sulle terre pubbliche. Queste, in origine aperte agli usi di tutta la comunità furono poi, con il nome di compascuo, riservate solo agli usi delle comunità o dei proprietari confinanti. Il compascuo entra, così, a far parte integrante del paesaggio agrario romano.

Quanto alle piantagioni (insieme all’hortus), nel più antico sistema dell’agricoltura romana, colture arboree e arbustive si diffusero relativamente tardi, e non presero ancora quel rilievo necessario a incidere sensibilmente sulle forme del paesaggio agrario. Solo dopo le guerre sannitiche, e nel corso delle guerre puniche, l’economia della piantagione assunse un’importanza crescente, sino ad influire sulle forme del paesaggio agrario con un rilievo mai raggiunto neanche in età greca ed etrusca. Furono soprattutto il vigneto e l’uliveto (vinea, olivetum), oltre all’hortus, a conformarsi in vere e proprie piantagioni, con sempre più largo impiego della mano d’opera. A questo sviluppo corrispose da un lato la decadenza delle vecchie forme della piccola proprietà e del piccolo possesso e dall’altro la crescita della grande azienda agraria schiavistica, la villa rustica con i suoi locali adibiti ad uso di abitazione e di lavoro degli schiavi, con i depositi per i prodotti (villa fructuaria), ed eventualmente con l’abitazione di piacere padronale (villa urbana).
L’impianto e la lavorazione delle piantagioni richiedevano però grandi investimenti sicché nel paesaggio della villa urbana si concentrava una enorme ricchezza nelle mani di pochi privilegiati. Gli altri settori agricoli si riducevano di conseguenza a forme marginali e povere, limitate soprattutto ad una magra economia pastorale. Essa si fondava essenzialmente sull’usurpazione delle terre pubbliche ma ugualmente finivano per essere parte dei patrimoni delle classi dominanti. Con lo sviluppo di questa economia pastorale, nasce il paesaggio del saltus, caratterizzato da selve e pascoli e interrotto talvolta da appezzamenti colturali, utilizzato da pastori e guardiani. Il processo di estensione del saltus porterà poi ad una progressiva degradazione del paesaggio nell’epoca del Basso Impero e ad un aumento delle terre incolte.
Nella prospettiva di Sereni, con tale varietà di paesaggi la centuriazione perdeva le connotazioni di efficacia tecnica solitamente riconosciute da storici e archeologi alla centuriazione romana, e anzi si rivelava un modello «inerte». Il merito di Sereni è stato quindi quello di rifiutare il determinismo fisico di tradizione geografica in quanto, nella sua prospettiva, la propensione delle singole regioni italiche per un’economia agraria o silvo-pastorale non era esclusivamente determinata dall’ambiente. Ne conseguiva una dialettica, e non più una contrapposizione tra paesaggio naturale e paesaggio agrario, che prevedeva una persistenza sotterranea delle comunità rurali e dei loro sistemi di sussistenza.
Sereni interpretò la storia del paesaggio agrario anche come memoria del paesaggio italiano. Di qui anzitutto il suo particolare interesse per il mondo dell’incolto e delle foreste, che venivano recuperate come elemento basilare del quadro originario della comunità rurale italica, poi soppiantato dalla colonizzazione romana, ma in qualche modo sempre riemergente e riaffiorante: un sistema pressoché endemico per la storia agraria italiana. Inoltre, nell’interesse per territori apparentemente marginali e atipici di alcune zone interne italiane, lo studioso ravvisava non soltanto condizioni ambientali meno favorevoli per «l’evoluzione verso più incisive tecniche agrarie», ma anche una persistenza del carattere etnico originario delle genti locali.

