Nel 2026 il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha ribadito, giustamente e con forza, il principio del divieto assoluto di copiare durante gli esami di maturità, estendendo il controllo a tutti i dispositivi tecnologici. La Circolare n. 360 del 29 maggio 2026 e la Nota MIM RU 59505 del 5 giugno 2026 richiamano esplicitamente il DPR 487/1984, art. 13, commi 4 e 5, che prevede l’esclusione da tutte le prove per chi utilizza o anche solo detiene telefoni, smartwatch o altri strumenti idonei a comunicare con l’esterno. L’Ordinanza Ministeriale n. 54 del 26 marzo 2026 disciplina l’intero svolgimento dell’esame e richiama il Decreto Legislativo 13 aprile 2017 n. 62, la Legge 1 ottobre 2024 n. 150 e il Decreto‑Legge 9 settembre 2025 n. 127, convertito nella Legge 30 ottobre 2025 n. 164, come quadro normativo di riferimento. La Nota n. 78833 del 16 marzo 2026 elenca le sole calcolatrici scientifiche ammesse, mentre ogni altro dispositivo elettronico è vietato anche se spento o in modalità aereo.

Eppure, nella pratica quotidiana delle commissioni, la rigidità della norma, pur giusta e condivisibile, si scontra con la realtà umana e relazionale della scuola. Molti commissari, infatti, anche per evitare contenziosi o ricorsi, preferiscono limitarsi a ritirare il telefonino piuttosto che applicare la sanzione massima dell’esclusione. È comprensibile: spesso si tratta di studenti conosciuti da anni, e l’idea di compromettere il loro percorso per un gesto impulsivo appare sproporzionata. Tuttavia, questa prassi di “tolleranza di fatto” mina la credibilità dell’esame e crea un paradosso: chi infrange le regole talvolta ottiene voti più alti dei compagni onesti.
Da docente ormai in pensione, ma ancora attento alle dinamiche educative e civiche, ritengo necessario un intervento legislativo realistico e pedagogicamente fondato. Propongo che, a partire dal prossimo anno, si introduca una sanzione intermedia: – abbassamento del voto finale di cinque punti; – esclusione dai bonus di merito o dalle menzioni speciali.
Questa misura avrebbe il pregio di essere applicabile e proporzionata, evitando l’eccesso punitivo ma riaffermando il valore della correttezza.
Prevederei, inoltre, precise sanzioni disciplinari per chi – se trattasi di personale scolastico a qualsiasi titolo – favorisse, in qualche maniera i comportamenti illeciti. L’esame di maturità non è solo una prova di conoscenze, ma un rito di passaggio verso la cittadinanza adulta. Copiare, nascondere compiti nel bagno o usare smartwatch e telefonini con la complicità di altri, significa tradire il senso stesso di “maturità”: la capacità di rispettare regole condivise e di assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
La Legge 20 agosto 2019 n. 92, che ha introdotto l’insegnamento dell’educazione civica, ci ricorda che la legalità non è un concetto astratto, ma un comportamento quotidiano. In questo spirito, la scuola deve educare non solo alla conoscenza, ma alla lealtà e al rispetto delle istituzioni. Un sistema sanzionatorio più equilibrato, fondato su giustizia e pedagogia, potrebbe finalmente trasformare il divieto di copiare da norma formale a valore condiviso, restituendo all’esame di maturità la sua funzione più autentica: quella di misurare non solo ciò che si sa, ma ciò che si è.

