Non una semplice presentazione letteraria, ma un dialogo intenso tra cultura, giustizia, memoria e identità meridionale. Venerdì 22 maggio, presso il Circolo della Stampa di Avellino, l’incontro dedicato al romanzo Zolfo della giornalista e scrittrice Gabriella Bianchi ha riunito voci diverse, capaci di offrire prospettive complementari su un’opera che intreccia indagine, introspezione e tensione civile.
Zolfo conduce il lettore in un mondo fatto di gallerie oscure, odore acre di zolfo e verità nascoste. Al centro del romanzo c’è una miniera vicina alla stazione, luogo duro e feroce dove da oltre un secolo si estrae zolfo e dove, di tanto in tanto, la tragedia irrompe sotto forma di incidenti e morti improvvise. Ma la miniera immaginata da Gabriella Bianchi non è soltanto uno spazio narrativo: è metafora dell’animo umano, della necessità di scavare oltre la superficie delle cose, alla ricerca di ciò che si nasconde sotto le apparenze.
«L’odore di zolfo è un profumo infernale», racconta l’autrice. «La miniera l’ho usata sia come ambientazione sia come metafora. Scavare per cercare la verità, ma anche per cercare se stessi. Nel tentativo di risolvere un omicidio, un giovane tenente riscopre i propri valori, il senso di appartenenza a una piccola comunità, l’affetto per la sua gente».
Nel romanzo la verità non è mai assoluta. «Esiste una verità giuridica, che spesso non coincide con quella reale», spiega la scrittrice. «Oggi la verità è soprattutto convinzione personale. Pochi sono disposti a confrontarsi con ciò che mette in discussione le proprie certezze. Il tenente che ho immaginato ha paura della verità, anzi rifugge le verità precostituite. Va a scavare ciò che non è evidente, sempre più a fondo».
Un tema che ha trovato eco nell’intervento del magistrato Antonio Guerriero, tra i protagonisti dell’incontro. Guerriero ha approfondito il delicato rapporto tra giustizia processuale e realtà umana, offrendo una riflessione sul confine sottile tra ciò che può essere dimostrato e ciò che invece rimane nell’ombra. Un contributo che ha dato ulteriore profondità al romanzo, costruito proprio intorno alla ricerca di una verità sfuggente e complessa.
Accanto a lui, l’editor Tina Marie D’Elia ha evidenziato la forza narrativa della scrittura di Gabriella Bianchi, sottolineandone il rigore stilistico e la capacità di trasformare l’esperienza giornalistica in materia letteraria. Anni di cronaca nera e giudiziaria hanno insegnato all’autrice il peso delle parole, l’importanza della precisione e della misura. «Ho lavorato in agenzia di stampa: lì bisogna pesare ogni aggettivo, ogni termine», racconta. «A un certo punto ho sentito il bisogno di raccontare una storia a modo mio, seguire un’indagine e piegarla ai miei ricordi, alle riflessioni e all’immaginazione».
Dietro la trama investigativa emergono anche i ricordi personali dell’autrice: l’infanzia trascorsa tra Benevento e Altavilla Irpina, le letture acquistate nella piccola cartolibreria del paese, l’amore per i grandi classici. «Sono una pessima lettrice per il marketing moderno», scherza. «Tutti parlano di Stephen King come maestro del noir, ma per me nessuno supera Émile Zola. Dopo aver letto Thérèse Raquin non ho dormito per tre notti».
Particolarmente coinvolgente la lettura di alcuni brani del romanzo affidata a Nino Troia, che con la sua interpretazione intensa ha restituito al pubblico le atmosfere cupe e dense della miniera di zolfo, cuore simbolico del libro. Le parole hanno assunto corpo e voce, accompagnando gli spettatori dentro le gallerie oscure del racconto e dentro i tormenti dei personaggi.
A moderare l’incontro la giornalista Veronique Viriglio, che ha guidato il confronto con sensibilità e ritmo, favorendo un dialogo aperto tra gli ospiti e il pubblico. Attraverso domande puntuali e riflessioni condivise, la serata si è trasformata in un’occasione di confronto non solo sulla letteratura di genere, ma anche sul ruolo della memoria, delle radici e della ricerca della verità nella società contemporanea.
Il Sud, inevitabilmente, attraversa tutto il romanzo. Un Sud spesso raccontato attraverso stereotipi, ma che per Gabriella Bianchi conserva una forza emotiva unica. Trasferitasi a Roma, la scrittrice continua a sentire la nostalgia delle piccole comunità meridionali. «Nel Sud c’è una tensione emotiva diversa. Nelle grandi città sembra un luogo comune, ma nelle piccole comunità i legami umani hanno ancora un peso reale».
Più amara, invece, la riflessione sulla politica e sul futuro: «Manca una classe dirigente capace di immaginare il mondo tra dieci o vent’anni. Prevalgono campanilismi e personalismi. E invece servirebbe coraggio».
Infine, quasi inevitabile, l’ultima domanda torna proprio alla miniera, allo zolfo, al fondo oscuro delle cose: abbiamo toccato il fondo o si può continuare a scavare?
Gabriella Bianchi sorride ancora. Poi lascia sospesa la risposta, come accade nei migliori gialli: «Non so che cosa uscirà, per ora».
Antonella Prudente


