Sabato 2 maggio alle ore 10, presso il Carcere Borbonico di Avellino, il dottor Nicola Spano presenterà il suo libro Il mio calcio, un’autobiografia che è molto più del semplice racconto sportivo di un ex calciatore irpino diventato allenatore. È un viaggio nella memoria, un ritorno a un mondo che non c’è più, fatto di campi polverosi, di spogliatoi che odoravano di cuoio e umiltà, di una città a misura d’uomo e di un modo di vivere lo sport che oggi appare quasi irraccontabile. Spano parte dalla sua storia personale, intrecciandola con quella di un calcio che aveva radici profonde nel territorio e nei rapporti umani, un calcio in cui la passione era il motore di tutto e in cui l’aggregazione non era uno slogan, ma un fatto quotidiano.
Nato ad Avellino il 30 marzo 1957, figlio di un avvocato e di un’impiegata nel settore assistenziale, Spano ha seguito la tradizione familiare diventando medico igienista, professione che ha svolto fino al recente pensionamento. Una vita intensa, segnata da una lunga storia di impegno nel settore sanitario, che affonda le sue radici addirittura nel Settecento, quando un suo antenato, Giuseppe Spano, conseguì la laurea in Medicina e Filosofia nel 1768. Oggi vive ad Avellino con la moglie Stefania e il figlio Gianluca, e proprio dopo aver lasciato il lavoro ha trovato il tempo e il coraggio di dedicarsi alla scrittura, prima con poesie intime e personali, poi con i suoi libri, tra cui Emozioni, Riflessioni e, appunto, Il mio calcio, recentemente rivisto e completato.
Nel libro, come sottolinea Massimo Vietri in una sua riflessione, Spano racconta “un mondo scomparso, una città a misura d’uomo, un modo di vivere lo sport difficile anche da spiegare ai giorni nostri”. Una frase, in particolare, sembra racchiudere l’essenza dell’opera: “È la storia di un calcio puro ed umile che resterà per sempre come un ricordo indelebile di qualcosa di irripetibile”. È proprio questo il cuore del racconto: la nostalgia per un’epoca in cui il calcio non era solo competizione, ma appartenenza, sacrificio, identità.
Spano ha ragione quando afferma che la storia del calcio italiano tra gli anni Settanta e Novanta è spesso narrata come un’epopea romantica. Erano anni in cui le squadre rappresentavano davvero le loro città, in cui i tifosi conoscevano i giocatori per nome e li incontravano per strada, in cui la domenica allo stadio era un rito collettivo. Oggi, invece, il calcio è diventato uno spettacolo globale, un prodotto che vive di diritti televisivi, algoritmi, preparazioni scientifiche e ritmi esasperati. Un’evoluzione che ha portato benefici tecnici e fisici, certo, ma che ha anche creato una distanza crescente tra il pubblico e i protagonisti, trasformando l’attesa della partita in un flusso continuo di contenuti che rischia di svuotare il senso stesso dell’evento.
Il mio calcio è allora un atto d’amore verso un tempo che non tornerà, ma che merita di essere ricordato. È la storia di una generazione che ha avuto il privilegio di vivere un calcio autentico, fatto di valori semplici e profondi, di sacrificio e dedizione, di sogni coltivati senza clamore. Un libro che non parla solo agli appassionati di sport, ma a chiunque senta il bisogno di ritrovare, almeno nelle pagine di un racconto, quella genuinità che il mondo moderno sembra aver smarrito.


