Ad Avellino il tema dei femminicidi è tornato al centro del dibattito pubblico con un confronto diretto e senza attenuanti. Nel corso della terza giornata organizzata dal Centro Studi Livatino e da Finetica, la mostra nazionale “Rivivo con Te” ha offerto il contesto emotivo e simbolico per riflettere su un fenomeno che continua a crescere nonostante leggi, campagne e interventi istituzionali. Ventidue pannelli, ventidue storie di donne uccise, hanno accompagnato gli interventi dei relatori, tra cui quello del maresciallo dei Carabinieri Francesca Bocchino, referente per i reati di genere del Comando Provinciale di Avellino.Bocchino ha posto l’accento su ciò che definisce il vero nodo irrisolto: il silenzio delle vittime, quella parte sommersa che non arriva mai nelle statistiche ufficiali. Secondo il maresciallo, è proprio lì che si misura la distanza tra le istituzioni e chi subisce violenza. Le donne che non denunciano, ha spiegato, spesso non lo fanno perché non percepiscono lo Stato come una soluzione. E questo, per chi opera sul campo, rappresenta un fallimento collettivo.
Osservando la mostra, Bocchino ha sottolineato come ogni storia esposta ricordi che il sistema non è riuscito a proteggere chi aveva bisogno di aiuto. Nonostante gli interventi normativi degli ultimi anni, il numero delle vittime non diminuisce. La marescialla ha ribadito che la violenza di genere non può essere trattata come un problema “delle donne”, perché i dati mostrano una sproporzione evidente: una donna uccisa ogni tre giorni, un ritmo che non trova equivalenti nel mondo maschile e che richiede risposte mirate.
Nel suo intervento ha insistito sulla necessità di un cambio culturale e operativo. La prevenzione, ha detto, non può essere delegata solo alle forze dell’ordine: deve diventare un impegno condiviso. Ha ricordato che la denuncia può essere presentata da chiunque, non solo dalla vittima. Un’amica, una parente, una vicina di casa possono rompere quel muro di silenzio che spesso intrappola le donne in situazioni di pericolo. Anche un semplice sospetto, ha spiegato, può essere sufficiente per rivolgersi a una caserma o a un commissariato.
Il contributo della società civile, per Bocchino, è decisivo. La comunità può diventare un argine concreto contro la violenza se sceglie di non ignorare i segnali, di non voltarsi dall’altra parte, di non lasciare sole le vittime. Per questo il suo intervento si è chiuso con un appello diretto e senza retorica: “Aiutateci ad aiutare”.
L’incontro ha confermato che la lotta ai femminicidi non passa solo attraverso le norme, ma attraverso la capacità di riconoscere e intercettare ciò che non viene detto. E che la prevenzione, per essere efficace, deve partire proprio da quel silenzio che ancora oggi protegge chi fa del male e isola chi lo subisce.

