
Per anni si è creduto che, nell’ovodonazione, la madre gestante fosse soltanto un “contenitore biologico”, privo di qualsiasi influenza sul bambino che portava in grembo. La genetica classica sembrava chiara: se l’ovocita appartiene a un’altra donna, allora il legame biologico è assente. Eppure la ricerca degli ultimi anni ha ribaltato questa visione in modo netto. Oggi sappiamo che la madre che accoglie l’embrione esercita un ruolo attivo e profondo sul suo sviluppo, un ruolo che non passa attraverso i geni ereditati, ma attraverso la loro regolazione. È un tipo diverso di ereditarietà, più sottile ma non meno reale.
Il punto di svolta è arrivato quando un gruppo di ricercatori della Fondazione IVI di Valencia ha dimostrato che l’endometrio materno rilascia nel fluido uterino specifici microRNA, tra cui hsa‑miR‑30d, che vengono assorbiti dall’embrione nelle primissime fasi di vita. Una volta entrati nelle cellule embrionali, questi microRNA modificano il trascrittoma, cioè il modo in cui i geni vengono accesi o spenti. La sequenza del DNA resta identica, ma la sua lettura cambia. È come se la madre gestante non riscrivesse il libro genetico del bambino, ma ne influenzasse la lettura capitolo dopo capitolo. Questo processo avviene indipendentemente dall’origine dell’ovocita, quindi anche quando non c’è alcuna condivisione genetica.
Il fluido endometriale, spesso considerato un semplice mezzo nutritivo, si rivela invece un vero e proprio linguaggio biologico. L’embrione vi si immerge e ne assorbe segnali molecolari che orientano la sua crescita. È un dialogo precoce, silenzioso e bidirezionale, in cui la madre trasmette informazioni che il feto integra nel proprio sviluppo. Questo dialogo non si limita ai microRNA: l’intero ambiente uterino, con i suoi ormoni, nutrienti e segnali metabolici, contribuisce a plasmare l’epigenoma fetale, cioè l’insieme delle modifiche che regolano l’espressione dei geni.
La teoria DOHaD, sviluppata a partire dagli studi di David Barker, ha mostrato che ciò che accade nei primi mille giorni di vita — dal concepimento ai due anni — lascia tracce profonde e durature sulla salute futura. Alimentazione, metabolismo, stress, infiammazione: tutto ciò che caratterizza la madre gestante diventa un’informazione biologica che il feto utilizza per adattarsi. Nell’ovodonazione questo principio è ancora più evidente, perché l’ambiente uterino è l’unico contributo biologico diretto della madre ricevente. È stato dimostrato, ad esempio, che condizioni come obesità, diabete gestazionale, fumo o stress cronico possono modificare l’espressione genica del feto attraverso meccanismi epigenetici, influenzando il rischio di sviluppare le stesse condizioni in età adulta.
Un altro fenomeno sorprendente è il microchimerismo materno-fetale: durante la gravidanza, alcune cellule della madre attraversano la placenta e si integrano nei tessuti del feto, dove possono rimanere per anni. Anche se il numero di queste cellule è minimo, la loro presenza in organi in formazione — incluso il cervello — apre scenari affascinanti sulle possibili implicazioni immunologiche e neurologiche. È un tipo di legame biologico che va oltre i geni e che continua a vivere nel corpo del bambino molto dopo la nascita.
Questi meccanismi offrono una spiegazione scientifica a un fenomeno osservato da tempo nei centri di procreazione assistita: molti bambini nati da ovodonazione assomigliano alla madre gestante. Non si tratta di una coincidenza né di un’illusione affettiva. Se i microRNA e l’ambiente uterino influenzano geni coinvolti nella pigmentazione, nella morfologia del volto o nel metabolismo, è naturale che emergano tratti fenotipici che richiamano la donna che ha portato avanti la gravidanza. La somiglianza, quindi, non è genetica ma epigenetica.
Tutto questo porta a una conclusione chiara: la maternità biologica non coincide più soltanto con la trasmissione del DNA. La madre gestante modifica l’espressione dei geni dell’embrione, programma parte della sua salute futura, trasferisce cellule che restano nel suo corpo, influenza il suo sistema immunitario e contribuisce persino a definire alcuni aspetti del suo fenotipo. È un contributo complesso, dinamico e profondamente biologico, anche in assenza di legame genetico.
La scienza sta ancora esplorando i confini di questi fenomeni: non sappiamo con precisione quanti geni vengano modulati, quali modifiche siano permanenti o se alcune di esse possano essere trasmesse alle generazioni successive. Ma ciò che è già chiaro è sufficiente per cambiare il modo in cui comprendiamo la gravidanza nell’ovodonazione. Non esiste una madre “solo gestante”. Esiste una madre che partecipa attivamente alla costruzione biologica del proprio bambino, attraverso vie che la genetica tradizionale non aveva previsto ma che la biologia moderna sta finalmente rivelando.

