Docenti oltre i 67 anni, la Cassazione apre alla permanenza in servizio: trattenere costa meno che mandarli via senza pensione

Negli ultimi mesi il mondo della scuola è tornato a interrogarsi sul tema della permanenza in servizio oltre i limiti ordinari di età, dopo che una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha rimesso alla Corte Costituzionale la questione del limite dei 70 anni previsto per il personale scolastico. Il caso da cui tutto è partito riguarda un docente che, pur avendo superato i 65 anni, non aveva ancora maturato i 20 anni di contributi necessari per la pensione di vecchiaia ordinaria e chiedeva di poter restare in servizio fino ai 71 anni, età che consente l’accesso alla cosiddetta pensione di vecchiaia contributiva, prevista per chi ha almeno 5 anni di contributi effettivi.

La sua richiesta era stata respinta dall’amministrazione scolastica, che si era appellata al limite rigido dei 70 anni fissato dall’articolo 509 del Testo Unico della scuola. Ma la Cassazione, esaminando il caso, ha sollevato dubbi sulla ragionevolezza di questo limite, ritenendo che potrebbe violare il diritto costituzionale a mezzi adeguati per la vecchiaia e che potrebbe risultare discriminatorio verso chi è entrato tardi nel pubblico impiego.

Secondo la Corte, infatti, è contraddittorio permettere al personale scolastico di restare in servizio oltre i 65 anni per raggiungere i requisiti minimi contributivi, ma allo stesso tempo imporre un tetto invalicabile che impedisce a molti lavoratori di maturare una pensione dignitosa. La Cassazione ha osservato che il limite dei 70 anni non è collegato all’aspettativa di vita, come avviene invece per la generalità dei trattamenti pensionistici, e che potrebbe risultare particolarmente penalizzante per una categoria in cui non sono rari i percorsi professionali frammentati, con lunghi periodi di precariato o carriere iniziate in altri settori. Per questo ha rimesso la questione alla Corte Costituzionale, che dovrà stabilire se il limite attuale sia conforme ai principi della Carta.

Il tema riguarda da vicino una fascia crescente di docenti e personale ATA che, dopo anni di lavoro nel settore privato o dopo carriere iniziate tardi, si trovano oggi nella scuola senza aver raggiunto i 20 anni di contributi richiesti per la pensione di vecchiaia ordinaria. Per molti di loro l’unica possibilità sarebbe arrivare ai 71 anni, età che consente l’accesso alla pensione contributiva, ma la normativa scolastica impedisce di fatto di restare in servizio fino a quell’età. Il rischio, per chi non raggiunge i requisiti minimi, è quello di trovarsi in una sorta di limbo: troppo giovane per la pensione, troppo vecchio per lavorare, senza stipendio e senza trattamento previdenziale. È proprio questa situazione che la Cassazione ha definito potenzialmente irragionevole, perché potrebbe lasciare senza reddito persone che hanno comunque svolto un’attività lavorativa e che non hanno altre forme di sostentamento.

La questione si intreccia anche con le recenti novità introdotte dalla legge di bilancio, che consente alle scuole di trattenere in servizio fino a 70 anni una quota limitata di personale, ma solo su iniziativa dell’amministrazione e solo per esigenze organizzative. Si tratta di una possibilità che non rappresenta un diritto per i lavoratori e che non risolve il problema di chi avrebbe bisogno di un ulteriore anno per accedere alla pensione contributiva. La decisione della Corte Costituzionale, attesa nei prossimi mesi, potrebbe quindi avere un impatto significativo non solo sul singolo caso che l’ha originata, ma su migliaia di lavoratori che si trovano nella stessa condizione.

In un sistema previdenziale che negli ultimi decenni ha spostato sempre più in avanti l’età pensionabile e che richiede carriere contributive lunghe e continue, la scuola rappresenta un settore in cui molti lavoratori arrivano tardi alla stabilità, spesso dopo anni di supplenze o dopo aver cambiato professione. Per loro, la possibilità di restare in servizio oltre i 70 anni non sarebbe un privilegio, ma una necessità per evitare di restare senza alcuna forma di sostegno economico. È questo il nodo che la Consulta dovrà sciogliere: stabilire se il limite attuale sia compatibile con i principi costituzionali e con la realtà lavorativa di una categoria che, più di altre, ha conosciuto precarietà e discontinuità contributiva.

La decisione potrebbe aprire la strada a una revisione complessiva delle regole sul trattenimento in servizio nella scuola, rendendole più flessibili e più aderenti alle esigenze reali dei lavoratori. Fino ad allora, resta l’incertezza per chi non ha ancora maturato i requisiti minimi e teme di non poter accedere né alla pensione ordinaria né a quella contributiva. Ma la pronuncia della Cassazione ha già segnato un punto importante: ha riconosciuto che il problema esiste, che riguarda migliaia di persone e che merita una risposta che tenga conto non solo delle norme, ma anche della dignità del lavoro e del diritto a una vecchiaia tutelata.