Mentre la Casta “fa ammuina”, gli italiani pagano: il teatrino che non fa più ridere nessuno

C’è un’Italia che vive nella realtà: quella che lavora (o, peggio, che un lavoro decente non riesce a trovarlo), che si arrangia, che fa i conti con bollette che sembrano estratte da un film distopico e con servizi che si sgretolano. E poi c’è l’altra Italia, quella che vive negli studi televisivi, dove la politica si è trasformata in un indecoroso circo permanente, un varietà di mezzanotte in cui si litiga per sport e si recita indignazione come fosse un numero di cabaret. I conduttori, professionisti che meriterebbero un bonus solo per la pazienza, cercano ogni sera di tenere insieme ospiti che sembrano più interessati a fare ammuina che a dire qualcosa di utile.

L’espressione partenopea “fare ammuina” è perfetta per descrivere certi momenti della politica italiana. Letteralmente significa fare confusione, agitarsi, muoversi a vuoto per dare l’impressione di fare qualcosa. Nasce nel linguaggio marinaresco napoletano dell’Ottocento: quando arrivava un ufficiale a bordo, l’equipaggio doveva “fare ammuina”, cioè muoversi freneticamente per sembrare indaffarato, anche se in realtà non stava facendo nulla di utile.

Oggi è diventata una metafora tagliente per indicare chi agita le acque senza produrre risultati, chi parla tanto e conclude poco — insomma, il perfetto ritratto di quella politica‑spettacolo che riempie i talk show di rumore e di gesti teatrali, mentre il Paese reale aspetta risposte.

Il litigio è diventato la loro specialità. Non parlano: si esibiscono. Si interrompono, si accusano, si scaldano come attori di una compagnia amatoriale convinti di essere a Broadway. A volte sembra quasi che litighino “per finta”, come se ci fosse una scaletta da rispettare. Perché in televisione, si sa, l’importante non è avere idee: è occupare spazio, apparire, restare nel giro. Non importa se si sta dicendo un mucchio di fesserie e di bugie. Anche quando non si ha nulla da dire. L’importante è interrompere il nemico (anzi, il competitor, con cui alla fine ci si contende il seggio in parlamento).

E mentre loro recitano, il Paese reale affronta questioni che non si risolvono con uno slogan. In questi giorni si parla perfino di un possibile “lockdown energetico”: smart working forzato, targhe alterne, limiti ai condizionatori. Una misura drastica che, secondo quanto riportato da alcune testate, il governo starebbe valutando per far fronte alla crisi energetica. Una notizia che dovrebbe far tremare i polsi, perché tocca la vita quotidiana di milioni di persone. Eppure, nei talk show, invece di affrontare seriamente il tema, si torna al solito ritornello: chi vincerà le prossime elezioni. Come se il Paese fosse un gigantesco reality e non una comunità che ha bisogno di risposte.

La politica‑spettacolo è diventata un club esclusivo, un salotto dove ci si parla addosso e ci si applaude da soli. Gli italiani? Comparse. Pubblico pagante. E più la casta si chiude nel suo teatrino, più la distanza con il Paese reale cresce. La gente è stufa, e non da ieri: da anni osserva questo spettacolo con un misto di rassegnazione e fastidio, come si guarda una serie che ha perso la trama ma continua per inerzia.

Eppure gli italiani non chiedono miracoli. Chiedono serietà, concretezza, qualcuno che parli dei loro problemi senza trasformarli in scenografia. Chiedono che la politica torni a essere politica, non intrattenimento. Che i talk show tornino a essere luoghi di confronto, non ring da wrestling. Chiedono che, davanti a ipotesi come un lockdown energetico, si discuta di soluzioni, non di slogan.

Finché la politica continuerà a scambiarsi accuse invece di idee, a inseguire i riflettori invece dei problemi, a recitare invece di governare, gli italiani continueranno ad allontanarsi. E non sarà colpa dei conduttori, né dei talk show. Sarà colpa di una casta che ha confuso il Paese con un pubblico e la democrazia con un palcoscenico.

Forse è davvero arrivato il momento di cambiare canale. Anche perché lo spettacolo, ormai, è sempre lo stesso — mentre fuori dallo studio, purtroppo, la realtà cambia eccome.