La Mefite di Rocca San Felice: il lago irpino che uccide e il tesoro gastronomico del Pecorino di Carmasciano

La Valle d’Ansanto è uno di quei luoghi che sembrano appartenere più al mito che alla geografia. Nel cuore della verde Irpinia, dove le colline si susseguono in un paesaggio quieto e rurale, si apre una conca che contraddice ogni apparenza: la Mefite, situata nel territorio del comune di Rocca San Felice e prossima a Villamaina e Guardia dei Lombardi.

Qui la terra respira, sbuffa, ribolle in un silenzio che inquieta più di qualsiasi fragore. L’acqua lattiginosa vibra come se fosse viva, mentre dal fondo risalgono gas invisibili che saturano l’aria e cancellano ogni forma di vita nel raggio di pochi metri. È un luogo che non concede distrazioni, perché ciò che lo rende unico non si vede, ma si sente sulla pelle, come una presenza antica.

Gli studi scientifici condotti negli ultimi anni hanno confermato ciò che gli abitanti della zona intuivano da secoli: la Mefite è la più grande sorgente naturale di anidride carbonica non vulcanica al mondo.

Le ricerche guidate dal geochimico Giovanni Chiodini hanno quantificato in circa 2.000 tonnellate al giorno la CO₂ che fuoriesce dal sottosuolo, una quantità che supera quella di molte aree vulcaniche attive.
Per rendere l’idea, si tratta di un’emissione paragonabile a quella prodotta quotidianamente da oltre un milione di automobili di media cilindrata, un dato che restituisce la scala di un fenomeno che non ha eguali in nessun’altra parte del pianeta.

La particolarità più sorprendente è che tutto questo non ha nulla a che vedere con un vulcano. La CO₂ proviene da profondità molto maggiori, risale lungo fratture legate alla complessa dinamica della subduzione appenninica e raggiunge la superficie in forma fredda, pura, inodore. È proprio questa assenza di segnali percepibili a rendere la Mefite così insidiosa: il gas, più pesante dell’aria, si accumula al suolo e crea una sorta di “mare invisibile” che soffoca all’istante qualsiasi animale che vi si avventuri. Non è raro vedere uccelli cadere a terra senza un suono, come se la vita venisse interrotta da un interruttore.

Gli antichi conoscevano bene la natura ostile di questo luogo. Virgilio, nell’Eneide, descriveva la Valle d’Ansanto come una soglia verso il mondo dei morti, un punto in cui la terra esalava vapori letali.
Plinio il Vecchio e Strabone ne parlavano come di un territorio in cui gli animali morivano senza apparente motivo, un mistero che solo la superstizione poteva spiegare.
Oggi la scienza ha sostituito il mito, ma l’impressione che si prova avvicinandosi alla conca non è poi così diversa da quella che dovevano provare i viaggiatori di duemila anni fa: un misto di fascinazione e timore, come se la terra stesse rivelando una parte del suo funzionamento più profondo.

Negli ultimi anni, la Mefite è stata monitorata con strumenti sempre più sofisticati. Nel settembre 2024, i ricercatori hanno osservato un comportamento anomalo: la superficie appariva più quieta del solito, con meno ribollii visibili, ma nel sottosuolo si registravano segnali acustici più intensi, come se qualcosa stesse cambiando nella dinamica interna.
Gli esperti hanno interpretato questo fenomeno come un possibile riassetto delle vie di risalita dei gas, un segnale che conferma quanto questo sistema sia vivo, mutevole, imprevedibile. Nonostante ciò, non esistono indicazioni di pericoli per le aree circostanti: la Mefite resta un fenomeno confinato, straordinario proprio perché concentrato in uno spazio così ridotto.

In questo scenario quasi dantesco, sorprende scoprire che la Mefite non è soltanto un laboratorio naturale per geologi e vulcanologi, ma anche il cuore di una tradizione gastronomica rarissima.
A pochi chilometri dalla conca nasce infatti il Pecorino di Carmasciano, un formaggio che deve la sua identità proprio alle esalazioni solforose della valle e che prende il nome da una frazione di Rocca San Felice, a ridosso della Mefite.
Le pecore pascolano su terreni impregnati di zolfo e anidride carbonica, assorbendo attraverso l’erba tracce minerali che si ritrovano poi nel latte. La stagionatura avviene in ambienti che risentono dell’influsso dei gas, conferendo al prodotto un profilo aromatico inconfondibile: note affumicate, sentori di erbe spontanee, una persistenza che non assomiglia a nessun altro pecorino italiano.
La produzione è limitatissima, tanto da essere considerato un tesoro gastronomico quasi segreto, tutelato come Presidio Slow Food.
Affascinante osservare come un luogo che incute timore da millenni sia allo stesso tempo la culla di un prodotto che racconta la resilienza e l’ingegno delle comunità locali.

La Mefite, con la sua atmosfera sospesa e la sua potenza invisibile, continua a essere un punto di incontro tra scienza e mito, tra natura estrema e cultura contadina. Qui, più che altrove, si percepisce quanto il paesaggio possa modellare la vita delle persone e quanto la conoscenza moderna non abbia cancellato, ma anzi arricchito, il senso di mistero che avvolge questa valle.

Oggi la zona è protetta come riserva naturale e rappresenta uno dei siti geochimici più studiati al mondo. Chi la visita resta colpito dal contrasto tra la quiete del paesaggio e la violenza silenziosa che si sprigiona dal terreno.
È un luogo che non concede superficialità, che impone rispetto, che ricorda quanto la Terra sia un organismo vivo, complesso, capace di manifestare la propria energia in modi che sfidano l’immaginazione.
E forse è proprio questa dualità — la morte che aleggia sulla conca e la vita che prospera tutt’intorno — a rendere la Mefite un unicum assoluto, un frammento di mondo in cui passato e presente, leggenda e scienza, convivono senza contraddirsi.