Le fragilità familiari e socio‑economiche avanzano: gli interventi non sono più rinviabili

DEL PROF. ANDREA CANONICO

Continuano al Senato della Repubblica le polispecialistiche audizioni, promosse dal Senatore Orfeo Mazzella, del gruppo 5 Stelle nonché vicepresidente della Commissione Sanità e Lavoro, sull’articolato tema delle “fragilità socio-economiche”.

Infatti nel dibattito pubblico italiano si parla spesso di fragilità sociali come se fossero un fenomeno improvviso, quasi meteorologico. In realtà, ciò che oggi appare come un’emergenza è il risultato di processi lunghi, stratificati, che hanno scavato lentamente nelle fondamenta economiche e sociali del Paese. Le aree interne del Mezzogiorno, quelle un tempo definite terre dell’osso, rappresentano il punto in cui queste dinamiche si manifestano con maggiore nitidezza: territori svuotati, impoveriti, privati di servizi essenziali e di prospettive. Qui, più che altrove, la fragilità reddituale e quella familiare si intrecciano fino a diventare un’unica grande questione nazionale.

La povertà reddituale non è solo mancanza di risorse: è mancanza di opportunità.  Nelle zone interne della Campania e del Sud, la precarietà lavorativa non è un’eccezione ma la norma. I dati socio‑economici mostrano come il reddito medio sia stabilmente inferiore rispetto al resto del Paese, mentre la disoccupazione giovanile resta tra le più alte d’Europa. Questo divario non è un accidente statistico: è il prodotto di decenni di politiche incapaci di colmare le distanze territoriali, di investimenti insufficienti e di un modello di sviluppo che ha progressivamente marginalizzato le aree non metropolitane.

La fragilità familiare è la conseguenza diretta di questa fragilità economica.  Per generazioni, la famiglia italiana ha funzionato come un ammortizzatore sociale informale: sostegno economico, cura dei minori, assistenza agli anziani, protezione nei momenti di crisi. Ma oggi questo meccanismo si sta spezzando. La transizione dalle pensioni retributive a quelle contributive riduce drasticamente la capacità delle generazioni future di sostenere figli e genitori. Parallelamente, il crollo della natalità — particolarmente accentuato nel Mezzogiorno — fa sì che non esistano più reti familiari numerose in grado di distribuire il peso dell’assistenza.

Prof. Andrea Canonico

Il risultato è un Paese in cui la famiglia non può più supplire alle mancanze dello Stato. E nelle aree interne questo fenomeno assume contorni drammatici: giovani che emigrano, anziani soli, nuclei monoreddito esposti a ogni shock economico, servizi pubblici insufficienti o assenti. La fragilità diventa così un circolo vizioso: meno popolazione significa meno servizi; meno servizi significa meno possibilità di restare; meno possibilità di restare significa ulteriore spopolamento.

La questione territoriale è dunque la questione sociale del nostro tempo.  Non si può affrontare la fragilità senza affrontare le disuguaglianze territoriali. E non si può affrontare le disuguaglianze territoriali senza riconoscere che il Mezzogiorno e le sue aree interne sono state per troppo tempo considerate periferie da gestire, non comunità da valorizzare.

Da una prospettiva politica orientata alla giustizia sociale e alla redistribuzione — come quella che ha caratterizzato le battaglie più incisive degli ultimi anni — emerge con forza un principio: la dignità delle persone e del lavoro deve tornare al centro dell’azione pubblica.

Ciò significa investire in servizi, infrastrutture, sanità territoriale, scuola, mobilità, digitalizzazione, ma anche in politiche attive del lavoro che non siano meri slogan. Significa riconoscere che il reddito non è solo un fatto economico, ma un presupposto di cittadinanza. Significa comprendere che senza un welfare moderno, universale e accessibile, nessuna comunità può reggere l’urto delle trasformazioni demografiche ed economiche in corso.

La fragilità non è un destino: è una responsabilità collettiva.  E la politica ha il dovere di ascoltare, ma soprattutto di agire. Le aree interne non chiedono assistenza, chiedono equità. Chiedono di non essere più considerate territori residuali. Chiedono che la loro ricchezza — culturale, ambientale, sociale — diventi finalmente parte di un progetto di sviluppo nazionale.

Perché il futuro dell’Italia non si gioca solo nelle grandi città, ma anche — e forse soprattutto — in quei luoghi dove oggi la fragilità è più forte. Ed è proprio lì che si misura la capacità di uno Stato di essere davvero comunità.


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