Privacy a rischio: “temevamo” la pettegola del Paese ma ignoriamo l’invasività delle “spie” digitali

La vicenda legata a Paragon e al suo spyware Graphite ha riportato al centro del dibattito un tema che spesso sottovalutiamo: la distanza fra ciò che crediamo di sapere sulla nostra privacy e ciò che realmente accade. Le informazioni emerse mostrano che Graphite è uno spyware di livello militare, capace di penetrare anche dispositivi criptati e di accedere a messaggi, foto, microfono e posizione senza che l’utente se ne accorga. È stato utilizzato in una campagna di sorveglianza che ha coinvolto giornalisti e attivisti in diversi Paesi, compresa l’Italia. Oggi il suo uso è oggetto di indagini e verifiche istituzionali, e non ci sono evidenze che sia attualmente operativo nel nostro Paese, ma la discussione resta aperta.

Paragon Solutions Ltd è una società israeliana fondata da ex membri dell’intelligence militare, specializzata in strumenti di sorveglianza avanzata. Il suo prodotto più noto è Graphite, uno spyware di livello militare progettato per operazioni di intelligence e sicurezza nazionale.

Graphite è considerato uno degli spyware più potenti attualmente esistenti. Può infettare uno smartphone tramite attacchi zero‑click, spesso veicolati da file PDF o immagini manipolate, senza che l’utente debba aprire o cliccare nulla. Una volta installato, consente un accesso totale al dispositivo, inclusa la lettura di messaggi criptati (WhatsApp, Signal), l’attivazione di microfono e fotocamera, la geolocalizzazione e l’estrazione completa dei dati.

Secondo le ricostruzioni, Graphite è stato utilizzato in una campagna di sorveglianza globale che ha coinvolto giornalisti, attivisti e critici politici, con almeno un centinaio di persone colpite in oltre 24 Paesi. Tra queste, anche alcuni italiani. WhatsApp ha dichiarato di aver mitigato l’attacco nel dicembre 2024.

In Italia, la vicenda è diventata un caso politico e istituzionale: il Garante Privacy e l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale hanno chiesto chiarimenti, sottolineando la pericolosità e l’invasività di strumenti di questo tipo e la necessità di controlli rigorosi sul loro utilizzo. Non ci sono evidenze che Graphite sia attualmente operativo nel nostro Paese, ma le indagini sono in corso.

In sintesi, Paragon e Graphite rappresentano un esempio concreto di come le tecnologie di sorveglianza moderne possano superare le protezioni dei dispositivi più sicuri e rendere vulnerabili anche utenti molto attenti. Il caso ha riacceso il dibattito sulla privacy, sulla trasparenza e sulla necessità di regole più chiare per l’uso di strumenti così potenti.

A volte viene quasi da provare una strana nostalgia per la pettegola del paese o per la portinaia troppo invadente, quelle figure che spiavano dalla finestra o ascoltavano dietro la porta, convinte di sapere tutto di tutti. Erano fastidiose, certo, ma almeno erano umane, riconoscibili, limitate. Oggi, invece, viviamo immersi in un ecosistema digitale che registra ogni nostro gesto senza bisogno di affacciarsi sul pianerottolo. Ogni prelievo bancario lascia una traccia, ogni spostamento con lo smartphone acceso genera un percorso preciso, ogni passaggio in città viene catturato da telecamere pubbliche o private. Non è necessario uno spyware sofisticato per sapere molto di noi: la nostra quotidianità è già un flusso continuo di dati. Eppure, paradossalmente, ci indigniamo quando durante uno scrutinio scolastico viene letto un voto ad alta voce, come se quella fosse la minaccia più grave alla nostra riservatezza. È un esempio che mostra quanto spesso la percezione della privacy sia sproporzionata rispetto alla realtà: ci preoccupiamo di ciò che è visibile, ignorando ciò che è invisibile ma molto più pervasivo.

In questo contesto, strumenti come Graphite non rappresentano solo un rischio tecnologico, ma un campanello d’allarme culturale. La vera vulnerabilità non è solo nei sistemi, ma nella nostra consapevolezza. Pensiamo di essere tutelati perché esistono leggi come il GDPR, ma dimentichiamo che la tecnologia evolve più velocemente delle norme e che gli strumenti di sorveglianza, quando finiscono nelle mani sbagliate, possono aggirare anche le protezioni più avanzate. Non è un invito al panico, ma alla lucidità: la sicurezza assoluta non esiste, e la privacy non è un bene garantito per inerzia, ma un equilibrio da difendere.

A questo si aggiunge un ulteriore elemento: l’intelligenza artificiale. Anche se molti sistemi dichiarano di non conservare dati personali, non possiamo escludere del tutto che alcune informazioni vengano elaborate, aggregate o utilizzate per migliorare i modelli. Non si tratta di immaginare scenari distopici, ma di riconoscere che ogni tecnologia che apprende ha bisogno di dati, e che il confine fra ciò che è necessario e ciò che è eccessivo non è sempre trasparente. È un’area grigia che richiede vigilanza, regole chiare e soprattutto una cittadinanza informata.

Il caso Paragon, dunque, non è solo una storia di cybersicurezza. È uno specchio che ci costringe a guardare la nostra quotidianità digitale con maggiore onestà e, al contempo, che ci invita a tenerci informati. Dobbiamo prendere coscienza che, come individui, nel nostro mestiere e nelle nostre attività, siamo molto più tracciati di quanto pensiamo, e non serve uno spyware per dimostrarlo. Limitarci a preoccuparci dei cookies dei siti è ingenuo: il problema vero è altrove. E la sfida non è eliminare la tecnologia, ma imparare a conviverci con consapevolezza, pretendendo trasparenza da chi la sviluppa e da chi la utilizza. Solo così la distanza fra percezione e realtà potrà ridursi, e la privacy tornerà a essere non un’illusione, ma un diritto concreto.