Negli ultimi giorni scorsi l’area dei Campi Flegrei è tornata prepotentemente d’attualità dopo la scossa di magnitudo 4.4 registrata il 13 maggio alle 12:07, avvertita in tutta l’area flegrea e a Napoli, cui sono seguiti decine di movimenti tellurici minori.
La somma del sollevamento del terreno, iniziata nel 1950, ha ormai superato i quattro metri, circa la metà di quanto osservato prima dell’eruzione del Monte Nuovo nel 1538. In sintesi, secondo alcuni studiosi, lo scenario attuale sembrerebbe ricalcare proprio quello di tale evento.
Tuttavia, pur considerando le analogie storiche, e pur temendole, gli scienziati non escludono che questa fase di bradisismo possa concludersi senza fuoriuscita di magma. Nel contempo, raccomandano un monitoraggio costante della stabilità degli edifici e delle procedure di protezione civile.
In vista di un potenziale innalzamento del livello di allerta – attualmente mantenuto su “giallo” –, le autorità hanno predisposto tre aree di prima assistenza in viale della Liberazione, viale Ippodromo e nell’ex base NATO di Bagnoli, complete di gazebo informativi, servizi igienici e presidi sanitari.
È stata inoltre attivata una struttura notturna presso la Municipalità 10 in via Acate, utilizzabile come hub di accoglienza per chi non potesse rientrare in casa.
Il piano di evacuazione definirebbe una “zona rossa” in sette comuni, con obbligo di uscita entro 72 ore dall’allerta, e una “zona gialla” per altri 800.000 residenti, con percorsi di esodo e trasporti scaglionati verso le regioni “gemellate” che hanno messo a disposizione strutture ricettive per l’emergenza.
Tuttavia, alcuni esperti più cauti sollevano dubbi sulla reale efficacia delle vie di fuga e dei piani di esercitazione: i nodi critici sulle arterie principali, come la Tangenziale di Napoli, e i possibili ingorghi nei punti di raccolta potrebbero alimentare gravi ritardi nell’evacuazione di quasi mezzo milione di persone in zona rossa, trasformando un’emergenza in una situazione esplosiva.
Secondo il vulcanologo Giuseppe Mastrolorenzo, “il rischio vulcanico è permanente e imprevedibile” e la recente ripresa del sollevamento, accompagnata da magnitudo sino a 4.2, suggerisce che “più rapido il sollevamento del suolo, più intensa è l’attività sismica”.
Per alleggerire la pressione interna, alcune proposte scientifiche ipotizzerebbero interventi volti a gestire la circolazione dei fluidi magmatici e idrotermali: dallo svuotamento controllato di acque superficiali e falde, per ridurre l’apporto di liquidi nel serbatoio profondo, fino all’installazione di pozzi di degassamento in grado di smaltire parte dei volatili accumulati.
Studi preliminari suggeriscono che la gestione dei flussi idrici possa rallentare l’iniezione di gas nel sistema e mitigare così l’accumulo di pressione.
In questo contesto, le autorità si troverebbero a dover bilanciare la tutela della sicurezza con le esigenze di una realtà economica legata al turismo: le decisioni, al momento in fase di valutazione, potrebbero includere l’istituzione di uno stato di emergenza, lo stanziamento straordinario di fondi per la messa in sicurezza degli edifici e la definizione di hub permanenti sul territorio.
Sembrerebbe, infatti, che le autorità avrebbero ricevuto una sorta di pressioni affinché, nelle comunicazioni, si “abbassi il profilo” per non danneggiare la stagione turistica: dichiarazione che ha suscitato forti proteste da parte dei sindaci e di molti cittadini, decisi a non rinunciare alla trasparenza sui rischi. Pertanto, nel segno della responsabilità, il prossimo passo sarà tradurre dati scientifici e scenari di rischio in misure chiare, trasparenti e condivise, perché soltanto un’informazione solida potrà rassicurare cittadini e visitatori, evitando sia allarmismi sia omissioni.


