
Si è spento a Milano all’età di 84 anni Edoardo Boncinelli, figura eminente della genetica italiana e instancabile ponte tra la ricerca di frontiera e il grande pubblico. Nato a Rodi il 18 maggio 1941 da genitori fiorentini, Boncinelli aveva conseguito la laurea in fisica all’Università di Firenze con una tesi sperimentale di elettronica quantistica, per poi spostare il suo interesse verso i meccanismi più nascosti della vita.
La sua carriera si è sviluppata inizialmente all’Istituto di Genetica e Biofisica del Cnr di Napoli, dove ha trascorso oltre vent’anni facendo emergere quel lampo di intuizione che, negli anni Ottanta, avrebbe rivoluzionato la comprensione dello sviluppo animale e umano.
Proprio nel 1985, lavorando insieme ad alcuni collaboratori, Boncinelli ha individuato i cosiddetti “geni architetto”, sequenze di DNA fondamentali per impostare lo schema costruttivo dell’organismo. Con un linguaggio semplice: se il Dna fosse un progetto di architettura, questi geni rappresentano le linee guida che stabiliscono dove collocare muri portanti e finestre, affinché la costruzione cresca secondo proporzioni e simmetrie precise. Ne deriva che una mutazione in uno di questi “architetti” può provocare un “progetto sballato”, come se un edificio nascesse con porte al posto delle finestre o scale improvvisate nel bel mezzo del salotto. Boncinelli giunse a questa scoperta in seguito a una conversazione informale con un collega, scoprendo così l’importanza di certi elementi regolatori che, pur poco numerosi, dettano le regole di base per ogni tessuto e organo.
Terminata la fase napoletana, nel 1992 Boncinelli ha assunto la direzione del laboratorio di biologia molecolare dell’Istituto San Raffaele di Milano e, contemporaneamente, del Centro di farmacologia cellulare e molecolare del Cnr. Qui ha proseguito le sue ricerche sui meccanismi di regolazione genica, senza però abbandonare la sua naturale inclinazione per la divulgazione.
Sempre attento a rendere accessibili concetti complessi, ha scritto numerosi volumi: dal saggio premiato con il Merck Serono, “L’anima della tecnica” del 2006, fino al libro che noi stessi portammo a un incontro organizzato dalla UNISA qualche anno fa. In quell’occasione ebbe modo di scambiare qualche parola con noi, dimostrandosi disponibile e curioso delle reazioni degli studenti, e accettò di autografare una copia de “Perché non possiamo non dirci darwinisti”, edita nel 2009 da Rizzoli, che stavamo leggendo per approfondire i diversi aspetti legati all’evoluzione e che, nel 2011, portò alla prima nostra pubblicazione sul “Plasticismo evolutivo” che, senza opporsi alla visione darwiniana tentava di espanderne i confini, accettando il principio della selezione naturale ma suggerendo la possibilità che esistessero altri fattori, non casuali, che genererebbero la comparsa di nuovi geni.
L’insegnamento di Boncinelli ha toccato più discipline: dalla facoltà di Scienze e di Medicina e Chirurgia dell’Università di Napoli “Federico II” a quella di Filosofia presso l’Università Vita‑Salute San Raffaele di Milano.
In tutte le aule ha portato l’immagine del ricercatore definito da lui stesso “ribelle esorbitantemente disciplinato”, capace di muoversi tra provette e parole con uguale efficacia. Proprio il passaggio dal laboratorio alla riflessione più ampia ha segnato gli ultimi anni della sua vita: pur riducendo l’attività sperimentale, non ha mai abbandonato il contributo al dibattito culturale su scienza e umanesimo, mostrando come anche la poesia possa camminare sul filo del bisturi.
Alla notizia della sua scomparsa, il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha voluto ricordarne l’impatto profondo sulle conoscenze della genetica umana e il ruolo di ponte tra la cultura scientifica e quella umanistica, sottolineando come Boncinelli testimoniasse con la sua passione da grecista che la scienza e la poesia non sono mondi separati, ma strade parallele del medesimo viaggio. Familiari e amici ne danno notizia con commozione, consapevoli di aver perso non solo uno scienziato dall’ingegno vivace, ma anche un divulgatore capace di spiegare, con esempi concreti e rigore, l’architettura interna della vita. La sua eredità resta nelle pagine dei suoi libri, nei laboratori che ha diretto e in ogni cittadino che ha ritrovato nel suo approccio un motivo in più per guardare al Dna non come a un mistero inaccessibile, ma come a un racconto di architettura, bellezza e possibilità.
A R T I C O L I C O R R E L A T I :

