Elementi di geologia del territorio: dal tufo di Tufino all’ignimbrite di Monteforte passando per il bacino idrogeologico del Baianese

La geologia del Mandamento Baianese è una storia di sovrapposizioni e contrasti: depositi vulcanici recenti e antichi si alternano a successioni sedimentarie, la tettonica appenninica ha frammentato e sollevato il territorio e, sotto la copertura vulcanica e alluvionale, si riconoscono strutture carbonatiche che condizionano idrogeologia e morfologia. Camminando dalla piana verso i rilievi si percepisce questa transizione: suoli profondi e fertili sviluppati su coltri di cenere e pomice, scarpate tufacee e colline modellate da faglie, fino al raccordo con le dorsali carbonatiche che preludono al massiccio del Partenio. Questa narrazione cerca di mettere insieme, con rigore e chiarezza, i principali elementi che definiscono il paesaggio geologico del Baianese, trattando anche aspetti che coinvolgono il tufo di Tufino, il tufo di Monteforte Irpino e il cosiddetto graben calcareo della piana.

Il termine «tufo» in Campania è un’etichetta pratica ma ambigua: indica rocce costituite da frammenti vulcanici consolidati, ma non ne specifica la genesi. È quindi utile distinguere due famiglie genetiche che dominano il Mandamento Baianese. La prima comprende le piroclastiti da caduta, depositi stratificati formati dalla ricaduta di pomici e ceneri da colonne eruttive pliniane; questi livelli sono porosi, stratificati, spesso friabili e sono alla base del cosiddetto Tufo Giallo Napoletano e di altri livelli vesuviani diffusi nella piana nolana e nell’agro. La seconda famiglia comprende le ignimbriti, prodotti di flussi piroclastici: masse incandescenti che scorrono come valanghe ardenti, depositandosi in corpi massivi che, se depositati a temperature elevate, possono saldarsi e dare rocce più compatte e resistenti. La distinzione tra caduta e flusso è cruciale per interpretare la distribuzione dei tufi tra Tufino, Monteforte e le aree intermedie.

Nel settore della piana nolana e nell’area di Tufino gli affioramenti più comuni sono riconducibili a depositi da caduta legati alle fasi pliniane del complesso Somma–Vesuvio. Questi livelli si presentano come pomici e ceneri stratificate, di colore giallo‑chiaro, con tessitura porosa e abbondanti vesicole; sono materiali non saldati, facilmente erodibili e storicamente sfruttati in cave e per costruzione. In molti punti tali livelli sono oggi ricoperti da suoli vulcanici, coltri di pomici più recenti o colluvioni, per cui gli affioramenti visibili si limitano a scarpate, cave abbandonate e tagli stradali. La presenza di cavità antropiche e di estrazioni sotterranee nell’agro nolano è una testimonianza dell’importanza economica e culturale di questi tufi da caduta: la loro leggerezza e lavorabilità li hanno resi materiali da costruzione e da scavo fin dall’antichità.

Spostandosi verso est e salendo di quota, la natura dei depositi cambia. Al valico di Monteforte Irpino e nelle aree immediatamente circostanti affiorano corpi massicci, spesso con evidenze di saldatura e tessitura più compatta: questi livelli sono coerenti con depositi dell’Ignimbrite Campana, l’evento esplosivo di grande portata originato nell’area dei Campi Flegrei circa 39.000 anni fa.

L’Ignimbrite Campana ha emesso volumi enormi di materiale piroclastico e ha generato flussi capaci di propagarsi su vaste aree della Campania, superando anche rilievi di circa 800 metri e depositando masse spesse che, in funzione della temperatura e della composizione, si sono talvolta saldate formando rocce più dure. Un flusso piroclastico non è vincolato a seguire valli preesistenti come farebbe una lava o un corso d’acqua: può propagarsi in più direzioni, generare lingue di flusso distinte, aggirare ostacoli topografici e superare rilievi. Per questo motivo è coerente che la stessa grande eruzione abbia lasciato depositi massicci e saldati in alcune direttrici (quelle che raggiunsero Monteforte e l’Irpinia) e solo sottili ricoprimenti o assenze in altre aree marginali della piana nolana (come alcune porzioni attorno a Tufino).

La cornice strutturale è altrettanto importante per comprendere la distribuzione dei depositi. Il Mandamento Baianese si colloca nella fascia di transizione tra la piana campana e il settore preappenninico: i rilievi del Baianese sono parte del preappennino campano, costituiti da successioni sedimentarie e vulcaniche deformate da faglie e pieghe che segnano il sollevamento verso il Partenio. Procedendo verso est e nord‑est si osserva un graduale raccordo verso il massiccio carbonatico del Partenio, dove emergono calcari e dolomie dell’Appennino con forme più nette e una rete idrografica che sfrutta fratture e giunti per alimentare sorgenti. In questo contesto è opportuno richiamare il concetto di graben calcareo della piana: sotto la copertura vulcanica e alluvionale della piana si riconoscono strutture a bacino e a fossa tettonica che interessano i substrati carbonatici. Questi graben o fossi tettonici, limitati da faglie normali, possono determinare l’assetto idrogeologico locale, favorendo l’accumulo di sedimenti più recenti e la formazione di acquiferi alluvionali o di falde confinanti con i carbonati fratturati. La presenza di un elemento strutturale carbonatico sotto la piana spiega perché, nonostante la copertura vulcanica, emergano sorgenti e percorsi idrici che rispondono a geometrie profonde e non solo alla morfologia superficiale.

Dal punto di vista pratico, distinguere i depositi sul campo richiede attenzione a una serie di indicatori osservabili. Le piroclastiti da caduta mostrano stratificazione evidente, tessitura porosa, presenza di pomici integre e contatti netti tra livelli; le ignimbriti da flusso tendono a essere massicce, con superfici di saldatura, vetrosità parziale, e una tessitura che può includere frammenti litici angolosi inglobati in una matrice più fine. La presenza di superfici di scorrimento, di lingue di deposito e di variazioni laterali rapide di spessore sono segnali tipici di depositi da flusso. Per risolvere ambiguità locali è spesso necessario integrare l’osservazione macroscopica con analisi petrografiche, misure di densità e porosità, e, quando possibile, datazioni radiometriche o stratigrafiche: affioramenti superficiali possono essere alterati da pedogenesi, idratazione, alterazione idrotermale o colmature colluviali che mascherano la genesi originale.

L’interazione tra geologia e antropizzazione è evidente: i tufi da caduta hanno alimentato un’economia estrattiva e costruttiva che ha lasciato cave, tagli e cavità sotterranee; i depositi saldati, più resistenti, hanno richiesto tecniche di estrazione diverse e hanno influenzato la scelta dei siti di insediamento e delle infrastrutture. Allo stesso tempo, la presenza di faglie e versanti instabili impone attenzione alla gestione del territorio: frane, dissesti legati a cavità artificiali, presenza di argille allofaniche e rischi idrogeologici sono problemi concreti che derivano dalla combinazione di litologie friabili, pendenze e uso del suolo.

Per chi volesse leggere il paesaggio con occhio geologico, i punti chiave da osservare sono le sezioni verticali (scarpate, cave, tagli stradali) dove la stratigrafia è esposta; la tessitura e la porosità dei livelli; la presenza o assenza di saldatura; la distribuzione laterale e lo spessore dei corpi piroclastici; e infine la morfologia strutturale che mette in evidenza faglie, pieghe e il passaggio verso i calcari del Partenio. Interpretazioni robuste richiedono sempre un approccio integrato: osservazione sul campo, descrizione stratigrafica, analisi petrografiche e, quando necessario, datazioni. Con questa prudenza metodologica si può affermare, con buona confidenza, che il tufo di Tufino è prevalentemente costituito da piroclastiti da caduta vesuviane, mentre il tufo affiorante al valico di Monteforte Irpino è interpretabile come deposito da flusso piroclastico riconducibile all’Ignimbrite Campana; il quadro completo però si arricchisce e si precisa solo con osservazioni locali e analisi mirate, e con la considerazione della struttura profonda, inclusa la presenza del graben calcareo che condiziona idrogeologia e morfologia della piana.

Il bacino idrogeologico del Baianese è una struttura complessa controllata dall’interazione tra la copertura vulcanica superficiale (pomici, tufi e depositi piroclastici), i sedimenti alluvionali della piana e il substrato carbonatico fratturato del preappennino. In superficie i depositi vulcanici e alluvionali agiscono come zone di ricarica rapida: la loro porosità e permeabilità variabile favorisce l’infiltrazione delle precipitazioni e la formazione di falde superficiali e coltri acquiferi. Al di sotto, il graben calcareo e le successioni carbonatiche del Partenio costituiscono acquiferi profondi a circolazione controllata da fratture e giunti; le faglie e le discontinuità tettoniche che delimitano il bacino modulano i percorsi di flusso e possono creare zone di accumulo o di scorrimento preferenziale verso sorgenti e pozzi.

Dal punto di vista idrogeologico questo assetto determina sistemi acquiferi multipli e interconnessi: falde alluvionali superficiali, acquiferi vulcanici a porosità primaria e secondaria, e acquiferi carbonatici a circolazione di falda profonda. Le sorgenti del Baianese e le portate dei pozzi rispondono sia alla stagionalità delle precipitazioni sia alla geometria strutturale del bacino; aree con coperture tufacee friabili mostrano vulnerabilità elevata a contaminazione diffusa e a fenomeni di subsidenza locale in corrispondenza di cave o cavità. Per la gestione delle risorse idriche è quindi cruciale integrare carte litologiche, mappe delle fratture, monitoraggio delle portate e indagini piezometriche, in modo da distinguere le componenti superficiali da quelle profonde e pianificare prelievi sostenibili e misure di tutela della qualità.



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