Ci sono vicende che, prima ancora di suscitare opinioni, dovrebbero suscitare domande: La morte di una bambina per difterite e l’indagine avviata dalla Procura sui genitori appartengono certamente a questa categoria. Una vicenda dolorosa, sulla quale sarà la magistratura a stabilire eventuali responsabilità e sulla quale sarebbe sbagliato formulare sentenze anticipate.
Ma proprio per questo può diventare l’occasione per una riflessione più ampia. Non tanto sulla vicenda giudiziaria in sé, quanto su una domanda che riguarda tutti noi: Quanto è libera una scelta quando le sue conseguenze possono coinvolgere anche altre persone?
Siamo abituati a pensare alla libertà come alla possibilità di scegliere. Scegliere cosa fare, cosa pensare, come vivere. E certamente una società libera deve proteggere questo spazio di autonomia. Senza libertà individuale, il concetto stesso di cittadinanza rischia di svuotarsi.
Ma esiste un problema: le nostre scelte raramente rimangono completamente nostre.
Quando viviamo insieme agli altri, ogni libertà incontra inevitabilmente un confine. Non necessariamente quello imposto dalla legge, ma quello rappresentato dall’esistenza dell’altro.
La mia libertà di guidare termina, per esempio, dove comincia il rischio concreto di mettere in pericolo qualcun altro. La mia libertà di fumare incontra quella di chi mi sta accanto. La mia libertà di occupare uno spazio pubblico deve confrontarsi con il diritto degli altri a utilizzarlo.
Non perché la libertà non sia importante. Ma perché vivere insieme significa accettare che le nostre azioni producono conseguenze che non finiscono sempre sulla soglia della nostra porta.
È proprio qui che la questione delle vaccinazioni diventa interessante. Non per alimentare l’ennesima contrapposizione tra favorevoli e contrari, ma perché mette in gioco due dimensioni difficili da separare: l’autonomia individuale e la responsabilità verso gli altri.
Nel caso dei minori, questa responsabilità appartiene innanzitutto ai genitori, chiamati a prendere decisioni importanti per la salute dei propri figli. Ma la salute, soprattutto quando riguarda malattie infettive, non è mai soltanto una questione individuale: le malattie non rispettano i confini della nostra individualità.
Una scelta può infatti avere conseguenze sulla circolazione di un’infezione, sulla protezione delle persone più vulnerabili e, più in generale, sulla salute della comunità. Ed emerge così una domanda difficile:
Abbiamo il diritto di considerare una scelta completamente privata quando quella scelta può produrre conseguenze sugli altri?
Non esiste, però, una risposta semplice. Se ogni possibile rischio per gli altri diventasse sufficiente a limitare la libertà individuale, potremmo arrivare a una società nella quale quasi ogni comportamento fosse regolato in nome della sicurezza collettiva. Ma anche il principio opposto — «ognuno è libero di fare ciò che vuole, purché sia lui a decidere» — incontra un limite evidente: non viviamo soli.
La libertà, allora, non è soltanto assenza di vincoli. Può essere anche consapevolezza delle conseguenze delle proprie scelte e del fatto che esse si inseriscono dentro una rete di relazioni.
C’è poi un paradosso della prevenzione: quando funziona bene, diventa quasi invisibile.
Una malattia che non vediamo più ci sembra lontana; un rischio che non abbiamo mai incontrato personalmente può apparire improbabile. Ma l’assenza di un problema non significa necessariamente che quel problema non esista. A volte significa che qualcuno, prima di noi, ha fatto qualcosa perché non si verificasse.
Questo non significa rinunciare al confronto o accettare ogni misura sanitaria senza interrogarsi. Al contrario, proprio perché sono in gioco libertà e salute, il confronto deve essere serio, trasparente e fondato sulle evidenze.
Perché anche la responsabilità collettiva ha bisogno di fiducia.
Forse dovremmo allora porci una domanda ancora più semplice: Che cosa significa davvero essere liberi?
Se essere liberi significa poter scegliere, ogni limite può apparire come un’ingiustizia. Ma se significa anche assumersi la responsabilità delle proprie decisioni, la responsabilità non è il contrario della libertà: ne è una parte.
E quando le nostre scelte riguardano anche chi non può ancora scegliere per sé?
Quanto siamo disposti a bilanciare protezione, autonomia e interesse degli altri? E chi stabilisce dove debba fermarsi la libertà individuale?
Forse non esistono risposte definitive. Esistono, però, domande che vale la pena continuare a porci.
Quanto siamo disposti ad assumerci la responsabilità delle nostre libertà?
E soprattutto:
«Prima di decidere, quanto siamo capaci di chiederci chi altro potrebbe essere coinvolto dalle conseguenze della nostra scelta?»
Antonio De Rosa


