Perché Meloni sceglie l’Africa e non Monaco: cosa si muove davvero dietro il nuovo asse Italia‑Africa?

Da quanto emerge dalle notizie che si susseguono in queste ore, la scelta della presidente del Consiglio di recarsi ad Addis Abeba per il vertice Italia‑Africa, rinunciando alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, non è un semplice dettaglio di agenda ma un gesto politico che merita di essere interpretato con attenzione. L’impressione, osservando il quadro complessivo che trapela dai media, è che l’Italia stia cercando di ridefinire la propria postura internazionale, puntando con decisione su un asse strategico che negli ultimi anni era rimasto sullo sfondo: il rapporto strutturale con il continente africano.

Il vertice in Etiopia, co‑presieduto con il premier Abiy Ahmed, è stato presentato come l’avvio di una “pagina nuova” nei rapporti tra Roma e i Paesi africani. L’insistenza su una cooperazione “da pari a pari”, priva di logiche predatorie o paternalistiche, sembra voler marcare una distanza sia dai modelli del passato sia dalle dinamiche di competizione tra grandi potenze che oggi attraversano l’Africa. Da quanto si comprende, l’obiettivo è costruire un partenariato che non si limiti alla retorica della solidarietà, ma che si traduca in investimenti, infrastrutture, interconnessioni energetiche e sviluppo condiviso.

In questo quadro si inserisce il Piano Mattei, che rappresenta la cornice strategica entro cui leggere ogni mossa del governo. Il progetto punta a trasformare l’Italia in un hub energetico euro‑mediterraneo, rafforzando al tempo stesso la capacità dei Paesi africani di sviluppare filiere locali, tecnologie rinnovabili e infrastrutture moderne. Da quanto si evince dalle dichiarazioni ufficiali, l’intenzione è duplice: contribuire alla sicurezza energetica europea e sostenere la crescita africana, evitando che la transizione ecologica diventi un ulteriore fattore di disuguaglianza.

La scelta di privilegiare Addis Abeba rispetto a Monaco assume quindi un valore simbolico e geopolitico. Da un lato, segnala la volontà di affermare un ruolo autonomo dell’Italia nel Mediterraneo allargato, mostrando che Roma non intende limitarsi a seguire l’agenda dei partner tradizionali. Dall’altro, invia un messaggio ai Paesi africani: l’Italia vuole essere presente, costante, affidabile. Non un attore che interviene solo in momenti di crisi, ma un partner strutturale con cui costruire percorsi di lungo periodo.

Sul piano economico, il vertice apre spazi significativi. Le interconnessioni energetiche, i progetti sulle rinnovabili, la cooperazione industriale e agricola rappresentano ambiti in cui le imprese italiane possono giocare un ruolo importante. Da quanto si percepisce, l’intenzione è creare un ecosistema di collaborazione che coinvolga pubblico e privato, formazione e trasferimento tecnologico, con l’obiettivo di generare benefici reciproci e non unilaterali.

Resta sullo sfondo, ma non per questo meno rilevante, la questione migratoria. Pur non essendo stata al centro delle dichiarazioni più recenti, è evidente che il governo considera la stabilità e lo sviluppo africano come elementi essenziali per affrontare in modo strutturale i flussi migratori. L’idea è che solo un partenariato solido possa incidere sulle cause profonde delle migrazioni irregolari, superando approcci emergenziali che negli anni hanno mostrato tutti i loro limiti.

In definitiva, da quanto appare osservando il quadro complessivo, il vertice di Addis Abeba non è un episodio isolato ma un tassello di una strategia più ampia. L’Italia sta cercando di ridefinire il proprio ruolo internazionale, puntando sull’Africa come spazio di cooperazione strategica, economica ed energetica. Se questa impostazione riuscirà a tradursi in risultati concreti, lo dirà il tempo. Ma il segnale politico è chiaro: Roma vuole essere protagonista, non spettatrice, nella costruzione di un nuovo equilibrio euro‑africano.


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