Una memorabile serata a Sirignano del tenore Enrico Caruso

di PASQUALE  COLUCCI

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Nel 1884 Giuseppe Caravita principe di Sirignano comprò l’antico e malmesso palazzo baronale di Sirignano e le circostanti proprietà terriere, possedute dal XVII al XIX secolo dalla famiglia Caracciolo della Gioiosa, e provvide immediatamente alla ristrutturazione e al restauro del fabbricato che fu dotato, tra l’altro, di una pregevole facciata in stile neogotico di imponente e sobria bellezza, caratterizzata al centro e ai due lati dagli avancorpi di tre torri stilizzate, sormontate da merlature guelfe.

Oltre alle proprietà di Sirignano, Giuseppe Caravita ricomprò nel 1886 l’antico palazzo napoletano della sua famiglia (sito in via Medina e che sarà poi abbattuto nel 1939) e, sempre a Napoli, nel 1889 acquistò per conto della moglie un grande palazzo alla riviera di Chiaia, già appartenuto a Leopoldo di Borbone, presso il quale sarebbe successivamente sorto l’ancora esistente rione Sirignano.

In virtù di quella che Giuseppe Galasso ha felicemente definito «la sua prepotente, ma non disordinata o irrazionale vitalità», Giuseppe Caravita stabilì, in quegli stessi anni, intense relazioni amicali non solo con i più affermati artisti, ma anche con i maggiori esponenti del mondo culturale partenopeo, da Eduardo Scarfoglio e Matilde Serao a Salvatore Di Giacomo, da Gabriele D’Annunzio a Benedetto Croce e, naturalmente, in un clima intellettuale così stimolante, non poteva non essere a sua volta contagiato dal “sacro fuoco” dell’arte. Fu, infatti, autore di versi e musica di numerose romanze pubblicate dall’editore Ricordi, nonché un appassionato cultore e precursore della nascente arte fotografica, nella quale raggiunse ottimi risultati.

Fra i molti esponenti del mondo artistico e culturale napoletano che, fra Ottocento e Novecento, furono ospiti di Giuseppe Caravita nel “castello” di Sirignano, ci fu anche il grande tenore Enrico Caruso, la cui presenza a Sirignano è stata vividamente e briosamente descritta nella fortunata autobiografia di Francesco Caravita (primogenito del principe Giuseppe) pubblicata dalla Mondadori nel 1981.

Dopo aver annotato che Enrico Caruso era – fra gli amici di suo padre – uno dei frequentatori più assidui del “castello” di Sirignano, don Francesco ricorda, in particolare, una serata estiva della propria infanzia, rimasta indelebilmente scolpita nella sua memoria per una originalissima ninna-nanna, cantatagli, quasi sussurratagli, proprio dalla voce magica di Caruso.

Insieme alle tre sorelline (Laura, Anna e Fernanda), il piccolo Francesco (affettuosamente chiamato Pupetto), all’epoca era affidato alle cure di Bertha Schwester, una inflessibile tata tedesca che, alle otto di sera, senza troppe smancerie, lo portava inderogabilmente a letto.

Una certa sera – intorno al 1915 – mentre dormiva saporitamente nella dolcezza dell’intenso sonno infantile, Pupetto fu svegliato dalla voce potente ma anche straordinariamente dolce di Enrico Caruso, che, al buio, su uno dei terrazzi del maniero sirignanese (probabilmente quello attiguo alla sala da pranzo), alla presenza dei padroni di casa e di altri ospiti, intonava la romanza Torna a me … .

Irresistibilmente attratto da quella voce, Pupetto, sfidando i quasi certi rimproveri della governante, scese dal letto e, a piedi nudi, raggiunse il terrazzo dal quale proveniva quella specie di incantesimo.

Naturalmente tutti lo videro: i genitori, gli ospiti, la governante, i camerieri, ma nessuno ebbe il coraggio di interrompere la malìa che le corde vocali di Caruso erano riuscite prodigiosamente a creare.

Una malìa che lo stesso Caruso non volle interrompere, tanto che, senza smettere di cantare, prese in braccio Pupetto e, dopo Torna a me …, continuò ad interpretare altre struggenti canzoni, fra le quali Tu ca nun chiagne – composta proprio in quel periodo da Ernesto De Curtis su versi di Libero Bovio – e lo fece con un tono di voce sempre più tenue, sino a farlo divenire quasi una nenia, così soave che, ben presto, riportò il bambino nel mondo dei sogni.

A quel punto fräulein Bertha, commossa come tutti, tentò di riportare a letto il piccolo, ma Enrico Caruso, per non svegliarlo, preferì farlo di persona, tenendolo in braccio fino alla camera da letto e adagiandolo delicatamente fra le coltri.

 

Bibliografia

F. Caravita di Sirignano, Memorie di un uomo inutile, Milano 1981;
L. Caravita di Sirignano, Un principe amico, Napoli 2001;
P. Colucci, Giuseppe Caravita e Sirignano alla fine dell’Ottocento, Sirignano 2011.