Elezioni Politiche 2027: scegliamo almeno qualcuno che sappia parlare

RIFLESSIONI ANTROPOLOGICHE: LA CULTURA COME METRO DI VALUTAZIONE POLITICA

C’è un fenomeno curioso, in questo Paese: più la politica si lamenta che i cittadini si allontanano, più i cittadini si allontanano davvero. È quasi poetico, se non fosse tragico.

La verità, però, è meno romantica: la politica, da anni, sembra impegnata soprattutto a ignorare i problemi delle famiglie, a coltivare rituali interni, a celebrare se stessa come un club esclusivo che non ammette estranei, soprattutto se portano domande.

In questo clima, le Elezioni Politiche del 2027 arrivano come una specie di casting nazionale. E il cast, diciamolo, non sempre brilla.

Anche nelle ultime regionali abbiamo assistito a un’anteprima memorabile: candidati che non riuscivano a completare una frase senza smarrirsi, che trattavano la grammatica come un’opinione, che affrontavano il congiuntivo con la stessa sicurezza con cui si affronta un animale selvatico.

La cultura? Spesso un soprammobile.
La sintassi? Un ricordo lontano.
La logica del discorso? Una forma di intrattenimento involontario.

Eppure, in passato, ci sono davvero stati, insieme a persone rispettabilissime, improbabili candidati in grado solo di emettere suoni disarticolati e gutturali come scimmie antropomorfe. Per fortuna – e come era da attendersi -non sono stati eletti.

Tuttavia, il fatto di averli candidati, dice molto anche dei partiti che li propongono: se le loro  “punte di diamante” sono queste, non serve immaginare il resto della miniera.

La selezione sembra avvenire con criteri esoterici: fedeltà, appartenenza, capacità (spesso solo presunte o molto limitate) di portare voti, e — dettaglio non trascurabile — disponibilità a non fare troppe domande.

Ma un metodo di selezione esiste, ed è sorprendentemente semplice: ascoltarli parlare.

Non servono algoritmi, non servono commissioni, non servono primarie. Basta appostarsi davanti a un bar e sentirli parlare anche per soli due minuti.

Se un aspirante legislatore non riesce a concludere un ragionamento senza impappinarsi, se confonde i tempi verbali come fossero ingredienti di una ricetta improvvisata, se le subordinate gli provocano vertigini, se la coerenza del discorso è un campo minato, allora forse non è pronto per scrivere leggi che riguardano milioni di persone.

E se poi lo conosciamo anche fuori dal palco, e sappiamo che non saprebbe tracciare un cerchio neppure usando il bicchiere come guida, allora la conclusione è inevitabile: non votiamoli e passiamo oltre.

Non è cattiveria o presunzione: è autodifesa civica!

Una terra che ha conosciuto grandi pensatori, grandi statisti, grandi oratori, non può accontentarsi di controfigure antropomorfe che scambiano la politica per un talent show di provincia o come mezzo per ottenere qualche vantaggio personale o familiare.

La democrazia merita di meglio.

E, soprattutto, merita qualcuno che sappia almeno parlare.


(Prof. Andrea Canonico)