Il bilancio consuntivo 2024 del Comune di Avellino non ha superato la prova dell’aula consiliare, decretando così la fine anticipata del mandato della sindaca Laura Nargi, a soli dodici mesi dalla sua elezione. Il verdetto, maturato in un clima di crescente tensione politica, ha visto prevalere i voti contrari – diciotto – sui quindici favorevoli, nonostante gli ultimi tentativi della prima cittadina di ricomporre le fratture interne e di costruire una convergenza istituzionale attorno a un “patto per Avellino”, concepito come strumento transitorio per garantire continuità amministrativa e salvaguardia degli investimenti strategici.
La bocciatura del documento contabile, giunta dopo una proroga di venti giorni concessa dal prefetto Rossana Riflesso, rappresenta l’epilogo di una crisi politica che ha scavato solchi profondi tra le diverse anime del consiglio comunale. Decisivi, in tal senso, i nove voti contrari espressi dai consiglieri riconducibili all’ex sindaco Gianluca Festa, con il quale la sindaca Nargi aveva intrattenuto un rapporto inizialmente collaborativo, poi degenerato in un conflitto aperto e insanabile. La rottura con Festa, già protagonista di una precedente consiliatura conclusasi tra polemiche e vicende giudiziarie, ha avuto un impatto determinante sull’assetto della maggioranza, rendendo impossibile la tenuta numerica necessaria per l’approvazione del bilancio.
La sindaca, nel suo ultimo intervento in aula, ha rivendicato con fermezza il proprio operato, sottolineando di aver agito con senso del dovere e spirito di servizio, anche nei confronti di chi ha scelto di non sostenerla. Ha parlato di una politica che ha preferito il sabotaggio al confronto, e ha denunciato il clima di ostilità che ha accompagnato ogni tentativo di dialogo. “Ho scelto di non vivacchiare”, ha dichiarato, “di non piegarmi a logiche che non mi appartengono. Ho provato a tenere unita una maggioranza, ma quando il dialogo si è rivelato impossibile, ho detto basta”.
Le sue parole, pronunciate con tono pacato ma deciso, hanno fatto da contrappunto a un’aula consiliare tesa, dove le geometrie politiche si sono rivelate più forti delle intenzioni. Il Partito Democratico, pur avendo sostenuto la Nargi al ballottaggio, ha scelto di votare contro, motivando la decisione con la necessità di chiudere definitivamente la stagione del “festismo”, ritenuto responsabile di aver trascinato la città nel baratro. Anche i consiglieri festiani hanno giustificato il loro voto contrario con la perdita del rapporto fiduciario, in particolare dopo la revoca di tre assessori che avevano accompagnato la sindaca nel percorso elettorale.
La crisi, tuttavia, affonda le radici in una dinamica più ampia e strutturale. Avellino, dal 1995 a oggi, ha visto cadere cinque sindaci in otto consiliature, segno di una fragilità sistemica che va oltre le singole figure. L’amministrazione Nargi, nata sotto il segno della discontinuità e della promessa di una nuova stagione politica, si è trovata presto impantanata in logiche di potere, personalismi e veti incrociati. La sindaca, già vice di Festa, ha cercato di affrancarsi da quell’eredità, ma il tentativo di costruire una propria identità politica si è scontrato con resistenze interne e con una macchina amministrativa paralizzata.
Nei giorni precedenti al voto, Nargi aveva lanciato un appello accorato ai consiglieri, chiedendo di mettere da parte le appartenenze e di pensare al bene della città. Aveva parlato di fondi europei da gestire, di servizi da garantire, di un’estate da salvare per i commercianti. Aveva evocato il rischio di un lungo commissariamento, già sperimentato nei mesi precedenti, e aveva chiesto un atto di responsabilità. Ma il messaggio non ha trovato ascolto. Le logiche consiliari hanno prevalso, e il bilancio è stato respinto.
Ora si apre una fase di transizione. Il prefetto Riflesso notificherà la sospensione del consiglio comunale, preludio allo scioglimento che sarà formalizzato con decreto del Presidente della Repubblica. Fino a giugno 2026, Avellino sarà affidata a una gestione commissariale, con funzionari nominati dal Ministero dell’Interno incaricati di garantire l’ordinaria amministrazione. Una parentesi tecnica che priverà la città della guida politica eletta dai cittadini, e che rischia di accentuare il senso di smarrimento e di sfiducia già diffuso tra la popolazione.
Sui social, la sindaca ha ribadito il proprio impegno fino all’ultimo giorno, promettendo di continuare a lavorare per Avellino con dignità e determinazione. Ha parlato di rispetto per la città, per i consiglieri che l’hanno sostenuta, per gli assessori che hanno lasciato l’incarico. Ha denunciato le pressioni subite da alcuni consiglieri, le minacce politiche, il clima di intimidazione. E ha rivendicato la coerenza delle proprie scelte, anche quando queste si sono rivelate impopolari.
Il bilancio non approvato è diventato così il simbolo di una crisi più profonda, che riguarda non solo la gestione amministrativa, ma anche la cultura politica, la capacità di costruire visioni condivise, la volontà di superare le logiche di appartenenza. Avellino si ritrova ancora una volta senza guida, in attesa di un nuovo timoniere. Ma la domanda che resta sospesa è se la città saprà davvero voltare pagina, o se continuerà a navigare a vista, tra commissariamenti e consiliature interrotte.

