
Alcuni articoli di stampa, in questi ultimi giorni, hanno dato risalto a un documentario della TV svizzera che prevede effetti catastrofici di una futura eruzione ai Campi Flegrei, lasciando intendere che tutta l’area partenopea potrebbe essere sepolta sotto 30 metri di materiale piroclastico. Ebbene, a detta degli esperti dell’INGV, (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) questa narrazione non è basata sui dati effettivi e ignora completamente le importanti attività scientifiche e di pianificazione che vedono scienziati e Protezione Civile lavorare insieme per gestire al meglio la pericolosità vulcanica e il relativo rischio in una delle aree più densamente popolate del mondo.
Voler rapportare quanto accaduto nelle due eruzioni più devastanti che hanno colpito i Campi Flegrei (Ignimbrite Campana, avvenuta circa 40.000 anni fa, e Tufo giallo Napoletano, avvenuto circa 15.000 anni fa) con quanto sta accadendo nell’attuale fase bradisismica sarebbe, perciò, solo un esercizio di effetti speciali per chi realizza documentari, e una negazione di anni di condivisione di dati e informazioni da parte di chi ne scrive enfatizzando l’allarmismo. Questo non ha alcun fondamento scientifico e, soprattutto, è un’informazione dannosa che sfrutta il sensazionalismo e terrorizza lo spettatore-lettore. Infatti, la storia eruttiva e i dati attuali registrati ai Campi Flegrei raccontano una storia diversa. Nessuna delle 70 eruzioni avvenute nell’area negli ultimi 15.000 anni, dopo il collasso calderico del Tufo Giallo Napoletano, si avvicina allo scenario rappresentato nel documentario e pubblicato su alcune testate giornalistiche.
La pericolosità dei Campi Flegrei (come quella di tutti i vulcani attivi) è basata sullo studio della storia eruttiva, sui dati sperimentali che si acquisiscono nel tempo, sui dati del monitoraggio (sempre più implementato) e sulle simulazioni che forniscono dati preziosi su processi avvenuti nel passato di cui altrimenti non avremmo conoscenza.
A partire dal 2012, gli studi sulla pericolosità dei Campi Flegrei sono stati utilizzati per identificare gli scenari di eruzione più probabili. Nonostante l’evento più probabile sia un’eruzione di piccola scala (come quella del Monte Nuovo nel 1538), lo scenario di riferimento per la valutazione delle aree potenzialmente a rischio durante una futura eruzione è quello di un’eruzione di media intensità (come quella avvenuta ad Astroni 4000 anni fa). Questo scenario ha guidato la pianificazione di emergenza e l’individuazione delle aree esposte a vari pericoli, come flussi piroclastici e caduta di ceneri.

Una delle sfide nella gestione delle caldere, come quella flegrea, è la difficoltà di prevedere dove si aprirà la prossima bocca eruttiva. Questo può creare incertezza nell’identificazione delle aree a rischio. Per affrontare questo problema, le aree potenzialmente esposte a flussi piroclastici e caduta di cenere sono state individuate considerando tutte le possibili posizioni di una nuova bocca eruttiva.
La probabilità che la prossima eruzione sia di tipo Ignimbrite Campana/Tufo Giallo Napoletano è molto bassa. Queste eruzioni di grande scala richiederebbero un’enorme quantità di magma, che genererebbe segnali macroscopici rilevabili dal nostro sistema di monitoraggio e dagli abitanti dell’area. Ad esempio, prima dell’ultima fase di attività, durante la quale si sono verificate 27 eruzioni esplosive con un volume totale di magma inferiore a 3 km cubi, l’area tra Monte Nuovo e la Pietra si è sollevata di circa 50 metri.
Durante le due eruzioni più devastanti (Ignimbrite Campana e Tufo Giallo Napoletano) sono stati eruttati da decine a centinaia di km cubi di magma in un singolo evento. Come potrebbero tali fenomeni avvenire senza precursori significativi e non rilevati?
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