Un inquietante primato emerge dal Rapporto Ecomafie 2025 di Legambiente: in provincia di Avellino si registrano in media quasi due reati ambientali al giorno, un dato allarmante che conferma l’Irpinia tra le prime dieci province italiane per crimini contro l’ambiente.
Con 906 illeciti penali accertati, Avellino si colloca al sesto posto nella graduatoria nazionale, dietro a Napoli, Bari, Salerno, Roma e Cosenza.
Pur segnando una lieve discesa rispetto all’anno precedente, quando occupava il secondo posto, la provincia continua a rientrare in una fascia di forte pressione criminale ambientale, specialmente nell’ambito del traffico illecito di rifiuti.
In questo settore, la situazione appare particolarmente grave: la provincia è prima in Italia per violazioni legate alla gestione illegale del ciclo dei rifiuti.
I numeri indicano con chiarezza una fragilità strutturale del territorio, che continua ad attirare interessi illeciti, soprattutto nel settore del trattamento, trasporto e smaltimento non autorizzato dei rifiuti.
Anche sul fronte del cemento illegale, l’Irpinia resta in posizione critica, seconda per numero di reati, un dato che conferma l’allarme già lanciato da diversi anni su costruzioni abusive, escavazioni non autorizzate e usi impropri del suolo.
Nel quadro nazionale, i reati ambientali sono tornati a crescere. Nell’ultimo anno, si contano oltre 40.000 infrazioni accertate, con una media di più di 110 al giorno. L’aumento è significativo e riguarda quasi tutti gli ambiti, con un picco nel ciclo dei rifiuti e una forte incidenza anche nei reati connessi all’abusivismo edilizio, ai danni contro gli animali, ai traffici illeciti di beni culturali e alla gestione illecita del patrimonio naturale. Si tratta di una pressione criminale distribuita in modo capillare lungo tutto il Paese, ma che si concentra con maggiore intensità nel Mezzogiorno, dove le organizzazioni criminali ambientali mostrano una capacità pervasiva preoccupante.
Accanto alla dimensione penale, si afferma anche una crescente criminalità economica legata all’ambiente, in particolare nel settore degli appalti pubblici. Il numero di inchieste giudiziarie legate alla corruzione ambientale è aumentato rispetto al periodo precedente. In testa alla classifica per numero di indagini si conferma la Campania, seguita da Lombardia, Puglia, Lazio, Sicilia e Calabria. La Puglia è la regione con più arresti, mentre il Lazio è quella con più persone denunciate. In totale, dal 2010 ad oggi, sono state avviate oltre 1.500 inchieste di questo tipo, che hanno portato a più di 9.000 arresti, oltre 12.000 denunce e più di 2.500 sequestri.
Dietro questi numeri si nasconde una vera e propria economia illegale, alimentata da ecoreati e pratiche corruttive che danneggiano in profondità i territori. Il danno economico e sociale è incalcolabile, così come quello ambientale: inquinamento, perdita di biodiversità, deterioramento del paesaggio, compromissione delle risorse naturali. Tutto questo si riflette anche sulla salute pubblica, in particolare nelle aree più esposte alla contaminazione.
Secondo Legambiente, la legge sugli ecoreati ha rappresentato un primo importante passo, ma non basta più. Serve un rafforzamento del sistema dei controlli su scala nazionale, senza disuguaglianze territoriali. Occorre agire con maggiore decisione contro le agromafie, contrastando fenomeni in crescita come il traffico di pesticidi illegali e il commercio clandestino di prodotti agricoli contaminati. Bisogna intervenire con fermezza sull’abusivismo edilizio, che continua a deturpare interi tratti di costa e zone interne, spesso con la complicità del silenzio istituzionale.
In territori come l’Irpinia, dove il patrimonio naturale rappresenta un bene prezioso ma anche vulnerabile, la lotta all’illegalità ambientale deve diventare una priorità. Non è più solo una questione di legalità, ma di giustizia climatica, di salute pubblica, di tutela dell’equilibrio ecologico e della dignità delle comunità locali. Lasciare che l’ambiente diventi merce nelle mani del crimine organizzato equivale a condannare intere generazioni a vivere in territori più poveri, più insicuri e meno liberi.

